Boombox meets…Giorgieness

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Intervista a Giorgie dei Giorgieness: tra distanza, corpo e dolore.

È stato un anno ricco di nuove uscite nella scena indipendente italiana, ma i Giorgieness col loro album di debutto “La Giusta Distanza”, uscito lo scorso aprile, hanno sicuramente lasciato il segno. Giorgie, la voce del gruppo e autrice dei pezzi, ci ha concesso una piacevole chiacchierata a pochi giorni dal concerto finale al Serraglio a chiusura di questo anno pieno di soddisfazioni.

Iniziamo proprio dal principio: la prima cosa che vede una persona che ascolta la vostra musica è il titolo dell’album; come mai “La Giusta Distanza” funziona bene come sintesi di tutti i brani presenti nella vostra opera prima?

In realtà la “giusta distanza” di cui parlo è una sorta di presa di posizione fisica, una distanza che ho dovuto mettere ad un certo punto della mia vita tra me e quello di cui stavo parlando, quello che poteva farmi stare male; quando sono riuscita a mettere questa distanza, sono riuscita anche a finire il disco. Infatti a livello di tematiche e di intenzione c’è una grossa differenza tra la prima e l’ultima canzone: si passa dalla rabbia alla riflessione.

Io mi ero segnato i versi “ripetimi di quante distanze mi posso avvicinare senza distruggere il tuo confine mentale” da “Lampadari” come possibile collegamento, ma penso quindi non c’entri…

Beh, cavoli, è la prima volta che ci penso, a dire il vero. Si parla comunque tanto di distanza-vicinanza nell’album e questa frase riassume bene il tutto, non ci avevo mai pensato, ti ringrazio.

Un altro elemento molto interessante e ricorrente nei testi è l’uso del corpo e, più in generale, la corporalità, entrambi legati soprattutto al dolore. Sto pensando ad esempio a “eri il primo a parlare di teste, con addosso quella più calda” e “io quanto ti ho visto basso, quello che sputo è solo il mio orgoglio” in Sai Parlare, al testo di K2 o “lascia che gli altri prendano un pezzo di questo corpo che non riconosco” in Come Se Non ci Fosse un Domani, oppure ancora “se vuoi puoi toccarmi i capelli, ma devo dormire se vuoi fammi a pezzi, lo sai che ho il cuore a brandelli” da Che Strano Rumore.

Il corpo è sicuramente uno dei noccioli centrali del disco, anche perché ho un rapporto piuttosto conflittuale col mio… K2 nasce, ad esempio, da una sensazione che provo e provavo, soprattutto da bambina, che mi fa sentire come se il mio corpo stesse diventando gigante quando sto andando a dormire. L’importanza di questo tema per me deriva anche un po’ da un saggio di Foucault, nel quale dice che non si può mai avere una percezione completa del proprio corpo, mentre dobbiamo convivere sempre con la nostra testa – l’unica parte che sentiamo invece sempre – però alla fine se ci piace tanto far l’amore è perché quello è l’unico momento in cui sentiamo il nostro corpo nella sua interezza e lo facciamo attraverso quello di un altro.

E sei anche una buonissima interprete e performer perché questo aspetto corporale si nota molto quando sei sul palco.

Questo è dato anche e soprattutto dalla gavetta: ovviamente 5 o 6 anni fa non mi esibivo così, anzi ero molto ingessata. Ora coi Giorgieness mi sono esibita più di 100 volte, forse arriviamo anche alle 200 volte, quindi ho preso confidenza col palco e mi lascio trasportare dal momento. Quando sono in un locale per esibirmi, prima di entrare in scena sento il bisogno di isolarmi, mentre quando sono sul palco è sicuramente il mio momento preferito della serata.

La tracklist dell’album è molto interessante: all’inizio troviamo soprattutto canzoni energiche e rockeggianti, dal centro alla fine snoccioli delle ballad che fungono un po’ da cuore del disco. Volevo ragionare soprattutto su “Che strano rumore” e “Dare fastidio” – i due pezzi a chiusura dell’album – intervallati solo da “Farsi male”. Come mai questa scelta per la tracklist?

Alla tracklist ci ho lavorato da sola perché volevo che, visto che sono 4 anni di vita condensati in 11 tracce, avessero un senso ascoltate una dopo l’altra. Replica anche un po’ quello che facciamo live: iniziamo fortissimo e finiamo in maniera più introspettiva. Mi piaceva inoltre che il disco cominciasse e terminasse con solo la mia voce (i primi versi di “Sai Parlare”, la prima traccia, e i vocalizzi alla fine di “Dare Fastidio”, l’ultima). “Che Strano Rumore”, poi, è doppiamente speciale per me perché, oltre ad essere stata la più difficile da scrivere e da registrare in studio, è anche quella della quale ho curato la produzione artistica: il nostro produttore e chitarrista Davide Lasala ha infatti deciso di lasciarla uguale alla versione che avevo portato io come provino. Per quanto riguarda “Dare Fastidio”, invece, non abbiamo pensato che fosse coraggioso chiudere con una ballad semplicemente perché non la vediamo completamente come una ballad: è molto ironica e speranzosa, quasi, non c’è rabbia, è una presa di coscienza che lascia aperte, anche a livello di sound, molte porte per i lavori musicali che verranno dopo.

Parliamo un po’ di futuro, ma anche di passato: mi hai detto che la lavorazione dell’album è durata 4 anni; 3 pezzi erano, però, già presenti in NOIANESS, EP pubblicato nel 2013, e sono stati ri-arrangiati per l’occasione.

Erano dei pezzi a cui io tenevo molto e che ora hanno finalmente il vestito che sognavo per loro. Non ho mai scritto canzoni pensando di pubblicarle come solista, nella mia testa le immaginavo già elaborate da una band e Davide, Andrea e Luca sono riusciti a tirare fuori ciò che avevo in mente; è stato importante inserirle comunque in tracklist perché fondamentali per il progetto.
Ci ho messo tanto a scrivere questo album perché le condizioni non erano così favorevoli: un po’ perché studiavo e lavoravo, un po’ perché c’era l’intenzione, ma non potevamo permetterci di incidere un disco, quindi mi ero quasi bloccata. Adesso invece sto già scrivendo tantissimo e spero di far uscire nuova musica, sotto qualche forma, già nel 2017.

Nonostante tutte le intemperie, questo album ha riscosso un ottimo successo per essere il prodotto di una band indie-rock emergente, soprattutto grazie al singolo “Come se non ci fosse un domani”, alle numerose aperture ai concerti dei Ministri e alla nomina al prestigiosissimo premio Tenco come ‘miglior opera prima’. Per un futuro album, quali obiettivi ti poni per raggiungere una fetta sempre più ampia di pubblico?

Io non punto a rimanere in una nicchia, da un punto di vista di musica indipendente, quindi vorrei raggiungere sempre più gente continuando a produrre però un tipo di musica sincera come lo è adesso. Me lo auguro per il prossimo disco, ma ringrazio già questo lavoro per tutte le soddisfazioni che mi ha dato: per il premio Tenco, ad esempio, con un’opera prima super rock come la nostra non pensavamo minimamente di essere presi in considerazione… Già solo a vedere che mia madre, che ascolta musica di tutt’altro genere, grazie al nostro album, abbia iniziato ad avvicinarsi e ad apprezzare la musica indipendente o a sentire in radio la musica di Giusy Ferreri, ma anche quella di Calcutta, mi fa ben sperare. Penso che il prossimo album sarà un po’ meno violento, non per una strategia di marketing, però, semplicemente perché ascoltando i pezzi nuovi che sto scrivendo mi sembra che quella sia la direzione in cui ci stiamo dirigendo, rimanendo comunque fedeli a ciò che ci piace fare sul palco.

A cura di Fabio Scotta

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