Boombox meets…Fast Animals and Slow Kids

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Il 18 marzo all’Alcatraz di Milano i Fask (Fast Animal and Slow Kids) tornano a regalarci una serata di pura violenza sonora. Abbiamo intervistato Aimone, voce, chitarra e percussioni del gruppo per sapere la sua sul nuovo album uscito il 3 febbraio: Forse non è la felicità.

Visto che siete una band nata e cresciuta a Perugia, quanta Perugia c’è nelle vostre canzoni? La velata malinconia dei vostri testi è legata anche alla città?

Quello che noi abbiamo fatto e che facciamo è sempre stato molto radicato nel territorio. Siamo una band composta dalle stesse persone fin dall’inizio, non abbiamo mai subito grandi capovolgimenti. Molte band nel corso della storia cambiano i componenti, il posto dove provano. Noi siamo sempre molto molto campanilisti in questo. È importantissimo e fondamentale per noi il fatto di risiedere in questa città, quindi c’è tanta Perugia in tutte le canzoni. Una malinconia è in realtà un qualcosa di più soggettivo, dipende dal periodo storico, però può essere che ci siano anche malinconie legate al vivere in una città. Perugia è una bellissima città, incredibile, però non è sicuramente una città enorme dove puoi fare di tutto, quindi magari ogni tanto c’è un po’ di noia, un po’ di tristezza e anche un po’ di nostalgia.

Perugia comunque sta vivendo un periodo particolare, anche il centro la sera ormai è disabitato.

Si infatti. Io, da questo punto di vista sono molto attivo in città per cercare di rilanciare Perugia, in termini di movimento culturale, di concerti, di eventi. Perché la realtà è che Perugia si è un po’ addormentata ultimamente e questo a me ovviamente devasta il cuore, perché è lì che ho mosso i mei primi passi, perché era e credo possa essere anche adesso una città viva e culturalmente interessante e piena di fermento. Per esempio, è pieno di band fighissime qui in zona, ma il problema è che molto spesso queste band stanno tra di loro e quindi non frequentano il circolo di altre band che suonano. Si fa più un discorso di ricreare piuttosto che di coinvolgimento e basta.

L’Urban, un locale storico di Perugia, è stato una palestra per voi prima di calcare il palco dell’Alcatraz?

L’Urban, insieme all’Afterlife, sono i locali più importanti che ci sono in centro Italia. L’Urban è il punto d’arrivo, la fine di un lungo processo dove siamo passati in qualsiasi tipo di posto: dal pub, in centro alla festa delle superiori. In realtà l’Urban è un Alcatraz a Perugia.

In tutte le tue canzoni, soprattutto in Tenera Età, parlate di un tempo antico, quasi autunnale. Anche il titolo della traccia sembra alludere ad uno sguardo malinconico. Vi ritrovate in questo mood?

Un pochino sì. È un po’ un’evoluzione personale. Piano piano si vivono esperienze, si va avanti, si cresce e si vive quello che magari potrebbe essere anche un piccolo ambiente come quello della musica. E più andiamo avanti e più vediamo che in alcuni aspetti si perde di poesia, quasi che i ricordi iniziano a confondersi e tutto ingrigisce un pochino. Questo aspetto è molto forte, perché per noi la musica, il vivere la musica e l’essere musicisti è tutta la vita. Questo automaticamente ti porta un po’ a una malinconia dove ragioni sul fatto che più vai avanti più prendi coscienza del fatto che alcune cose le perdi, se ne vanno via. Ma non è tristezza, o disperazione. È solo un piccolo stato di malinconia, di nostalgia.

Sia in Fiumi di corpi che in Montana, c’è questa voglia di andare via che allo stesso tempo viene impedita dai ricordi e dall’abitudine. Cosa cercate di esprimere?

C’è questa voglia che ciascuno di noi ha ogni tanto, rispetto alle quotidianità della vita, di scappare, di dire “va bene basta, boom”. Questa cosa un po’ la viviamo, anche rispetto al dire: “siamo musicisti e dobbiamo fare questo per sempre”, in realtà non è vero. Invece possiamo essere altro, possiamo cambiare, fare nuove esperienze, essere nuovi. Quindi questa sensazione arriva, poi però ci sono dei vincoli di vita che ti portano indietro su questi pensieri. Allora la vera riflessione è:” qua dove sta l’equilibrio?” Riuscire a trovare un equilibrio tra questa follia, questa voglia di spezzare tutto e andarsene lontanissimo e come gestire la tua quotidianità e le aspettative della tua vita.

In Ignoranza parlate di una ribellione morta e poi subito dite che non saremo liberi. È un’espressione di una visione pessimista dell’oggi?

Ignoranza è una canzone bipolare, strana. Perché un giorno ci ragioni in un modo e un giorno in un altro. Poi ultimamente, che è la cosa più bella che succede nella musica, arrivano molte persone che mi danno la loro visione, e la mia visione si plasma su questa. Perché ognuno se lo fa proprio un pezzo, che è la cosa più figa che c’è. L’ idea originaria era questo senso di costrizione e il fatto che, ad un certo punto, tu provi a sbatterti ma la realtà sai che è l’unica cosa che hai e che tanto sarai lì dentro, come in una scatola in cui ti dovrai comportare nel modo in cui sai che la vita va. Qui anche il concetto di dover scegliere è superato. C’è una rassegnazione totale, assoluta e tristissima. Sono partito da questo concetto qui, però ogni giorno che passa, penso il contrario. Mi sento un pazzo di fronte a questa canzone e quindi per questo cerco di evitare di dare il mio pensiero a riguardo, perché ognuno ha il suo pensiero personale e probabilmente è meglio del mio.

Di solito, se ti chiedono di cosa parlano le tue canzoni, sei un’artista che lo dice oppure no?

Cerco di evitare di dare la mia idea della canzone, anche per questo i miei pezzi cerco di mantenerli sempre sul criptico. Perché una volta ho chiesto ad un artista, di cui mi sono documentato, il senso di una canzone ma mi ha fatto schifo, perché non era più mia. Perché quella cosa che io scoprivo era una cosa riferita al mondo dell’artista ovviamente. Perché un artista, per lo meno nel mio modo di scrivere, scrive per se stesso. Quindi è ovvio che quella singola cosa che dice è riferita ad un mondo personale che solo l’artista conosce e quindi nel momento in cui te lo spoilera è come se ti rovinasse il finale di una serie, diventa stronzo perché io non lo volevo sapere.

So che questa è una domanda standard. Come mai il titolo dell’album? Che cos’è per voi la felicità?

Ci abbiamo ovviamente ragionato, perché nel titolo tu metti il fulcro dell’intero disco. Tra le varie cose, la realtà che è uscita fuori e forse più banale è che la felicità per la nostra band è andare nella nostra sala prove a Perugia, in mezzo ad un boschetto, a bere 14 birre e iniziare a suonare senza soluzioni di continuità. Andando avanti per tutta la sera, stando tra di noi, parlando, divertendoci e mantenendo un approccio reale, bello e sincero di fronte a quella che è la cosa più importante che abbiamo, cioè la musica. Questa è probabilmente la cosa che ci avvicina di più alla felicità. Siamo talmente uniti che una conversazione all’interno del nostro furgone, sentita da fuori è incapibile: escono fuori delle micro puttanate, che nel tempo sono diventate così giganti che abbiamo anche un nostro modo di ridere. Noi non è che ci conosciamo, noi passiamo tipo 200 giorni l’anno insieme, quindi alla fine tutto diventa pazzo perché ridi di una cosa che ne hai riso due anni prima e dopo quella cosa si evolve nel tempo. E questa cosa qua noi l’abbiamo presa come spirito unificatore, nel senso che veramente ci crediamo a fuoco, tanto che abbiamo deciso proprio all’inizio che tutto quello che era dei Fask era una cosa che dovevamo avere in 4. Tutto viene deciso in 4, facciamo tutto in 4 e così che semmai ci scioglieremo è perché non vogliamo stare più insieme come amici, ma non per soldi o perché non abbiamo più un’idea di musica che sia decisa insieme. Non vogliamo quel tipo di situazione che hanno molte band, dove c’è il leaderino che se la comanda. Noi vogliamo fare le cose insieme e questo lo abbiamo preso come unico punto fondamentale della costituzione dei Fask. Quello che facciamo lo facciamo perché ci rende davvero felici. Non siamo come alcune band stressate. Per noi è tutto uguale perché anche quando saliamo su di un palco siamo sempre quelli. Viviamo solo l’istante del concerto. Poi anche quando cadi, ti accorgi che hai un amico sia a destra che a sinistra. Quindi se finisce tutto, finisce per tutti e 4, se continua tutto, continua per tutti e 4 e questa roba qua è importante.

 

Questo sabato ci sarà il vostro attesissimo concerto all’Alcatraz di Milano. Sappiamo che l’ultima volta è stato un successo con tanto di sold out. Cosa significa per voi tornare con un nuovo album sullo stesso palco e, soprattutto, calcarlo con gli Zen Circus e i Ministri?

In realtà, ci tengo a dire che condividere il palco con loro vuol dire che faremo un solo pezzo insieme. In questi giorni si è detto che avremmo fatto un concerto insieme ai Ministri e agli Zen, ma non è così. Abbiamo deciso di invitarli a suonare un pezzo con noi, poiché vediamo questo concerto come una festa. L’anno scorso era la nostra prima volta su un palco importante e abbiamo fatto sold out. È stata per noi una sorpresa gigantesca.Quest’anno l’abbiamo presa come una sfida: volevamo vedere se effettivamente la nostra è una band che può suonare all’Alcatraz. L’intento era di riuscire con un altro concerto a dimostrare come, venendo dalla provincia e facendo un genere un po’ incazzato, si possano ancora fare delle cose belle e importanti in Italia. È una sfida che a quanto pare stiamo vincendo: le prevendite sono impazzite, c’è molta attesa e il team è molto carico per la data. Pare si possa ancora fare rock’n’roll nelle grandi piazze in Italia.

Montagne, sole, rugiada, cielo, universo, paesaggi, querce e fiumi. C’è tanta natura nel vostro ultimo album, tra racconti e metafore. C’è un motivo particolare?

Non so perché, ma c’è sempre molta natura nei nostri album. La maggior parte dei testi li scrivo io, anche se poi tutto viene ovviamente gestito insieme in modo democratico, ma base e canovaccio sono miei. Molto spesso, anche se in modo casuale, mi trovo a scrivere in contesti in cui sono circondato dalla natura. Questa cosa è molto facile perché a Perugia c’è molta natura, in pochi minuti di cammino ti puoi ritrovare facilmente in campagna.Inoltre sono molto appassionato di viaggi: ultimamente ho fatto questo viaggio tra fiumi e oceani nel Nord America fino in Alaska e molti dei testi li ho scritti lì, di fronte a questi panorami sconfinati. La natura mi fa pensare non solo alla natura stessa, ma anche ad altro. Certi paesaggi sono molto evocativi.

C’è una maggiore cura dei testi: più lunghi, più studiati e sempre molto introspettivi. Dal primo album a “Forse non è la felicità” il vostro approccio è cambiato: oggi quanta importanza credete che abbia il testo nell’economia generale di una canzone?

Il testo adesso è diventato centrale per noi. Abbiamo maggiore consapevolezza di tutto ciò che è l’ambiente musicale: man mano che si va avanti, si incontrano persone, si parla e si ragiona di più, si prende coscienza dell’essere musicisti e ogni singolo aspetto della canzone diventa fondamentale. Se all’inizio i testi erano solo flussi di coscienza, nell’ultimo album, invece, abbiamo dato importanza anche alla singola parola. Durante la stesura abbiamo discusso molto, litigando spesso per ogni singola scelta lessicale: tutto ha una sua funzione per l’effetto finale di una canzone. Facciamo lunghe discussioni anche per decidere determinati suoni. Siamo diventati una macchina burocratica della musica, però il risultato finale ci soddisfa molto.

Soffermiamoci sul video di Annabelle. Come avete avuto l’idea di un video che sembra trasmettere tanta spontaneità?

In un periodo in cui tutto sembra così costruito ad hoc e artefatto, abbiamo cercato di soffermarci proprio sul concetto di purezza. Volevamo un’idea per rendere il video naturale, libero e puro. Partendo da quest’ idea, abbiamo pensato a un video molto semplice, come ad esempio noi che suoniamo nella sala prove. Alla fine, però, restringendo sempre di più il cerchio delle idee, cercavamo qualcosa che fosse il più minimalista possibile, pensavamo ad un filtro che risultasse naturale e così abbiamo messo la go pro sul cane.

Salutandoti ti lasciamo con questa descrizione: quando vi esibite vi “sbrodolate” sul palco. Ti riconosci?

Assolutamente, anche questo tour con il quale siamo ripartiti è devastante, nel senso che suoniamo di più. Poi abbiamo questa follia, che non so perché ci è presa negli ultimi anni, che è di voler collegare tutte le canzoni. Quindi facciamo praticamente un flusso di violenza dall’inizio alla fine ed è, in termini fisici, una cosa proprio distruttiva. 

A cura di Elisa Zampini e Gigi Minerva

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