Intervista a Dario Vismara: svela il suo sguardo sull’NBA, il gioco più bello del mondo

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Parcheggio la macchina e sono pronto ad entrare nel bar Xenia. Mi trovo nella centralissima Piazza Dante di Castano Primo, paese di provincia alle porte di Milano, dove ha luogo il nostro incontro. Davanti a me, all’ultimo tavolo in fondo al bar siede Dario Vismara, penna di “Rivista Ufficiale NBA”, “L’Ultimo Uomo” e collaboratore con “La Gazzetta dello Sport”, che con caparbia ho inseguito per quasi 3 mesi per poter avere un’intervista. Ma chi è Dario Vismara vi chiederete voi che non avete la “disease” per il gioco più bello del mondo.

Dario nasce a Busto Arsizio, frequenta il Liceo Scientifico e poi a 18 anni, avendo la fortuna di poter vedere SKY, ha la folgorazione della vita: rimane innamorato della pallacanestro e decide che da grande farà il giornalista sportivo, non importa quanta tenacia ci debba essere a frapporsi tra lui e l’ostacolo. Così impara alla perfezione l’inglese durante superiori ed Università, dove si iscrive alla facoltà di “Linguaggi dei media” alla Cattolica di Milano per 3 anni.  Finita la triennale, arriva la svolta nel 2011, quando incontra una delle persone più importanti della sua vita professionale, Mauro Bevacqua, che lo assume come stagista a “Rivista Ufficiale NBA”. Ben presto si vede la stoffa del ragazzo e nel 2013 diventa Capo Redattore della rivista stessa. Sempre nello stesso anno inizia a scrivere anche per “L’Ultimo Uomo”, di cui diventa Capo Redattore della sezione basket. Inoltre nel 2015 inizia una fruttuosa collaborazione con “La Gazzetta dello Sport”, che definisce positiva e piena di stimoli. Nell’arco temporale fra 2013 e 2015, traduce in italiano 3 famosi libri, tra cui “Eleven Rings” di Phil Jackson, libro di cui trarremo spunto nel seguito della conversazione.

Ciao Dario, partiamo dall’inizio del tuo percorso: Come ha inizio la tua avventura di giornalista sportivo?

Tutto inizia con la mia tesi di Laurea del 2011, in cui mi occupo di Lebron (James, noto giocatore NBA) e del suo impatto mediatico sulla Lega. Da allora ho sempre poi osservato con un occhio di riguardo LBJ, ritenendolo il personaggio mediaticamente più importante della sua generazione.

Quindi sarai contento della sua rivincita di quest’anno (vittoria del titolo NBA 2016 in finale 4-3) contro i favoriti Golden State Warriors di Steph Curry.

Certamente, credo che se lo meriti appieno ed abbia dimostrato di essere anche non solo mediaticamente, ma anche sul campo, il migliore che ci sia oggi senza dubbio.

Ma arriviamo allora alla prima domanda presa da un articolo de L’Ultimo Uomo: parliamo del post Gara 4 di finale (con Golden State che si porta in vantaggio 3-1 e la si definiva “Pivotal Game”, ossia gara decisiva

[Ride] Ammetto che abbiamo, anzi ho sbagliato il titolo da dare all’articolo, ma mi sembrava senza ombra di dubbio la gara della svolta e quella che sancisse la vittoria dei Warriors. Ed invece…

Invece hanno vinto i Cleveland Cavaliers di James, mettendo a nudo le debolezze di Golden State, già apparse nella serie precedente.

Anche se non va sottovalutato l’apporto di James e soci, specie gara 5 e gara 6, in cui ha mostrato di essere ingiocabile.

E cosa ne pensi di Golden State e del suo Death Lineup (quintetto composto interamente da giocatori piccoli e mobili, capaci di aprire il campo e correre spesso in campo aperto), che ha terrorizzato le difese NBA per tutta la stagione e poi ha sbandato furiosamente in finale, non coadiuvata dalla panchina.

E’ proprio quello il punto: la panchina ed il cercare di limitare il quintetto piccolo degli Warriors, cosa in cui era già riuscita per larghi tratti l’avversaria precedente di Golden State. Se ti ricordi bene solo una immensa gara 6 dei singoli degli Warriors ha evitato il tracollo alla squadra della baia. E se ci pensi gli stessi avversari di Golden State erano dati sfavoriti, come Cleveland, e già venivano dall’upset contro San Antonio.

Hai toccato un tasto dolente, ribatto. Ci sono solo due cose di cui non dobbiamo parlare in questa intervista: “Il tiro” di Allen, quello che verrà ricordato a mio parere con miglior prospettiva storica tra 30-50 anni, ed il ritiro di Duncan, anche perché il caraibico mediaticamente non ti ha dato troppe soddisfazioni.

Concordo!

Passiamo ora ad alcune cose più di semplici e comuni: sei un giornalista ed un appassionato NBA cresciuto negli anni 2000 e come tutti noi hai visto e sviluppato la tua passione anche su Internet, grazie a filmati e social network.

Questo è un tema molto interessante che tocchiamo ora, siccome ritengo Internet uno strumento molto importante per me e per chi come me aveva ed ha una grande passione per il basket ed ha trovato in Internet e nei social network uno strumento on cui condividerla e conversarne con altri in tutto il mondo. Senza considerare la fortuna di Youtube e del poter vedere molti spezzoni di partite vecchie.

Torniamo adesso per un istante al 2011 ed al tuo arrivo a “Rivista Ufficiale NBA”, come è iniziato?

Si guarda è iniziato tutto mandando un CV e venendo assunto per uno stage dal direttore della rivista, Mauro Bevacqua, persona semplice e simpatica, a cui devo essere piaciuto, siccome dopo la stage mi ha confermato e dal 2013 sono diventato Capo Redattore sempre con loro.

E con “L’Ultimo Uomo” come sta andando?

Molto bene, sono Capo Redattore anche lì della sezione basket e coordino tutti i pezzi che escono della parte di basket. Sono in 17 ora i collaboratori della sezione basket e tutti o quasi fanno anche altri mestieri di professione e nel tempo libero si dedicano alla loro passione.

 

Andiamo ora alla tua intervista recente con Flavio Tranquillo: dimmi un po’ di questa esperienza.

Si con Flavio è stata una bella iniziativa, un incontro che abbiamo tenuto a Castelfranco Emiliano in cui gli organizzatori mi hanno chiamato per fare da mediatore ed intervistatore.

E di Buffa che mi dici? So che ti ha pure citato durante un famoso programma che ha fatto lo scorso anno.

Eh già guarda quasi non ci credevo quando me l’hanno detto. Devi sapere che non me l’aspettavo proprio e mi fa un sacco piacere sapere che mi tiene in considerazione. Ti dirò con Federico ci siamo incontrati la prima volta tramite Mauro Bevacqua, siccome lui e Federico sono ottimi amici ed insieme hanno scritto davanti ad un buon bicchiere di vino alcune delle puntate e delle storie migliori di sport.

E cosa mi dici del loro modo di parlare di basket, a volte quasi troppo specifico e criptico, quasi una forma di intrattenimento per giovani iniziati.

Vedi io mi considero un vero e proprio “Figlio di Buffa e Tranquillo”, sono cresciuto guardando loro commentare le partite NBA. E ti dirò di più, è principalmente per il loro modo criptico di parlare se mi sono appassionato così tanto e se ho cercato di scoprirne di più di basket all’inizio.

Ora purtroppo Buffa però non fa più il commentatore, porta in giro per tutta Italia il suo spettacolo teatrale.

Questo dimostra come il loro modo di dialogare e commentare le partite abbia creato una folla di seguaci e proseliti e ciò sta nel fatto che anche ora tutti i palazzetti sono pieni di gente che lo ascolta con entusiasmo.

Concordo pienamente. E come è andata con Phil Jackson, istrionico ed iconico allenatore che ha guidato i Chicago Bulls ed i Los Angeles Lakers a ben 11 titoli NBA e con il suo libro che hai tradotto in Italia?

Esperienza fantastica, probabilmente il suo ultimo libro ed io ho avuto l’onore di tradurlo.

Lo hai anche incontrato per l’uscita del libro?

No purtroppo no, l’ho solo visto una vista a Londra. Ma in compenso ho altre interviste e foto con personaggi del mondo NBA.

Dacci i dettagli.

Lebron James a Brooklyn son riuscito a scambiarci due parole e poi Damian Lillard ad Udine, Rob Horry e la chicca Rasheed Wallace per ultimo: con lui foto anche se non avrei dovuto! Ma te lo immagini il mio mito che mi scappa ed io non faccio niente… [Ridiamo entrambi]

Beh ora il momento d’obbligo è arrivato, ci siamo con i fazzoletti al vento: Kobe si ritira e quando dico Kobe Bryant sappiamo entrambi del tipo di personaggio e del clamore mediatico che ha suscitato, specie dopo la lettera d’addio. Ho visto anche diversi articoli fatti da “L’Ultimo Uomo” per celebrarlo.

Partiamo da un dato di fatto: Kobe è un grandissimo campione e come tale merita assoluto rispetto, anche solo per l’amore e la dedizione che ha avuto ogni giorno per il basket. Basti ricordare come chiamavano suo padre (Joe Bryant), soprannominato Jellybean, ossia gelatina, per la sua mollezza in campo ed il suo atteggiamento da giullare. Anche da qui ha parte la competitività di Kobe.

Ed il continuo paragone tra lui e Jordan, a cui è stato accostato per tutta la carriera?

Jordan e Kobe hanno avuto per molti motivi carriere simili dal punto di vista dell’attesa e della pressione a cui erano abituati. Ma credo sia fondamentale ribadire due cose: la prima è che dal punto di vista tecnico i due sono praticamente totalmente paragonabili, per quanto riguarda invece i vari aspetti fuori dal gioco, credo che Kobe abbia avuto una forte ossessione compulsiva per il basket, mentre Jordan ha avuto questa ossessione per tutti gli aspetti della vita, qualsiasi cosa facesse voleva primeggiare. Credo davvero che l’essenza di Michael (Jordan) sta nel suo continuo misurarsi con sfide sempre più difficili e trascendere i propri limiti. Solo Jordan può battere Jordan.

Credo tu abbia dato la perfetta risposta. Michael è un’icona, è paragonabile come fama al di fuori dello sport solo a pochissimi altri grandi, come Muhammad Alì. Infine ti chiedo la classica domanda finale: progetti per il futuro a breve/medio termine?

Beh certamente c’è la voglia di creare un mio podcast tra le cose che mi attirano di più. Tutti gli sportivi famosi ne hanno uno e sono attratto dall’idea.

A cura di Marco Franchi

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