Boombox meets…Bolla Trio

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In occasione del loro concerto allo Zog di Milano organizzato da Astarte Booking, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Niccolò Bonavita dei Bolla Trio.

Nonostante questo sia il vostro primo album voi suonate insieme dal 2007: cosa si nasconde dietro tutti questi anni di gavetta e cosa vi ha fatto dire “Ok ora facciamo un album!”?

Noi abbiamo sempre deciso di inserire ritmiche provenienti da varie generi, funk, soul, pop. Dopo tanti anni di gavetta, dopo aver suonato 30 giorni al mese nelle situazioni più disparate, abbiamo fatto delle serate al Biko, chiamate “King of Swing Night” (febbraio 2015) . Durante questi eventi portiamo ospiti importanti e si crea una sorta di jam session. In questo clima, si viene a pensare il fatto che degli arrangiamenti creati negli anni c’erano e ci prende la voglia di creare un disco, dove vogliamo far convogliare tutte le esperienze fatte consapevoli che si tratta di una minima percentuale di quello che abbiamo fatto negli anni.
Abbiamo allora registrato 17 tracce per due giorni e ne abbiamo selezionate 11. Così nasce “So fat” che è questo disco, dove principalmente c’è l’amore per il groove e l’improvvisazione. Ma l’idea fondamentale che muove ogni brano è quella di far tutto quello che ci piace.

In un’intervista ho letto che il disco si chiama “So fat” per tutte le ispirazioni che stanno alla base. Ma se tra tutte le ispirazioni ti chiedessi di scegliere un nome, un tuo modello musicale, chi risponderesti?

Dire un solo nome al quale mi ispiro è difficile. Nella mia carriera musicale che ormai conta più di dieci anni, sicuramente le persone da cui ho più imparato sono quelle  con cui ho lavorato e suonato. Se penso però a un modello per attitudine e per modo di fare, mi viene in mente Charles Mingus che ha fatto convogliare classica e spiritual nel jazz, ha creato la storia del jazz. L’attitudine principale che aveva era quella di saper creare nello stesso brani grandi cambiamenti ritmici, armonici e melodici, rendendoli dinamici.

Un ricordo del passato e un progetto per il futuro che voi condividere con i nostri lettori?

Un ricordo molto bello è che ero in tour in Inghilterra con gli Sweet Life Society due anni fa e ho incontrato in camerino Fat Mike dei NOFX. Quando ho iniziato a suonare, avevo 16 anni e facevo punk-rock e lui era il mio idolo. Sono andato da lui e l’ho ringraziato perché senza di lui non sarei stato lì. Lui mi ha chiesto “Where are you from?” e io ho risposto “from the city of Campari” perché lui ama i Campari e mi ha invitato a berlo uno con lui.
Per il futuro, ci muoviamo su questa strada che abbiamo intrapreso e che ci sta portando a collaborare con artisti sia pop sia new soul, italiani e internazionali. Sicuramente il prossimo disco sarà tutto fatto da inediti e per l’ì80% cantato.

Che vuol dire fare jazz oggi secondo voi?

Non posso parlare a nome dei jazzisti puri, perché il genere che faccio è un crossover di generi.

Una traccia dell’album in particolare e perché?

Te ne posso dire due. Una è “As I Lay Sleeping” che è stata scritta da me e dalle Ginger Band, eravamo felici e si è creata un’energia positiva.
L’altra è “Scalinatella”, un pezzo in napoletano che ho suonato nel 2011 in Giappone e mentre la suonavo mi era scesa una lacrima.

A cura di Stefania Barbato

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