Inseguendo il Festival perfetto: TOdays Festival

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Alle porte della seconda edizione del TOdays Festival di Torino ho avuto il piacere di intervistare Gianluca Gozzi.

Nella nostra perenne ricerca del Festival Perfetto il TOdays sicuramente rappresenta una validissimo candidato: un festival con una line-up ricca e variegata (vi consigliamo la nostra pratica guida qui) ed un’offerta che va ben oltre la sola musica.

Già l’anno scorso, con la prima edizione avete registrato un tutto esaurito dando vita ad un festival che davvero non ha nulla da invidiare a tanti festival europei.

Come siete riusciti in questa grande impresa?

L’idea del Festival è quella di fare una fotografia del presente: TOdays rappresenta questo. Quindi anziché ripercorrere il passato e quello che già c’è stato, o anticipare il futuro, la nostra idea era proprio quella di fare una foto del presente. Un presente fatto sia da romantiche memorie sia sulla scommessa di band che verranno. E quindi, abbattendo un po’ i generi, offriamo al pubblico tre giornate -passando dal venerdì alla domenica,dal primo pomeriggio a notte inoltrata- tanti suoni, tanti generi e tanti incroci di attitudini diverse.

Prima ti parlavo di festival europei proprio perché il bello del festival che state organizzando a Torino è quello di presentare un festival poliedrico che non offre solamente musica ma una vera e propria esperienza:, un viaggio tra arte, musica e diverse locations Torinesi (scopritele qui). Perchè?

Beh, intanto ti ringrazio perché la nostra ambizione è proprio questa, cioè di costruire un festival che sappia stare in Europa. Quindi un festival dove fondamentalmente la gente si diverte, ha piacere anche a socializzare ed a scoprire tante cose che non sono solo musica. Per esempio abbiamo tutta una sezione dedicata all’innovazione, alle tecnologie, e all’interno di una galleria d’arte durante il pomeriggio si incontrano appassionati di musica, giornalisti e sperimentatori vari. Questa è proprio la nostra ambizione: costruire il festival muovendo la curiosità delle persone e cercando il più possibile di abbattere i generi.

Le location sono assolutamente molto importanti per noi, un festival è qualcosa che si fa per scoprire, è qualcosa che va oltre il quotidiano quindi oltre il singolo concerto che avviene durante l’anno.  Anche il fatto che le persone possano recarsi in luoghi che non conoscono, pensate alla Ex Fabbrica Incet che utilizzeremo, piuttosto che la galleria d’arte o il museo: questa è in qualche modo l’eccezionalità di un evento che per 3 giorni ti immerge completamente in un’atmosfera diversa

Per quanto riguarda la scelta della line up quest’anno, qual’é la linea artistica che avete percorso?

Soprattutto mi sorprende la trasversalità della scelta proposta, adatta ad un target vasto:  rock’n’roll alla sperimentazione elettronica, alla musica più dolce e nostrane..

Per noi nel 2016 per fortuna non esiste più il pubblico delle chitarre, il pubblico dell’elettronica o il pubblico delle computer music. L’idea è proprio quella di abbattere i generi musicali Facilmente chi ascolta musica sperimentale verrà a vedere l’evento di ATOM al Museo Ettore Fico e magari anche chi ha piacere a vedere Soulwax piuttosto che Crystal Fighters la domenica può farsi incuriosire dai suoni di Goat. Quindi l’unica differenza è tra buona musica e cattiva musica: non ci interessa la distinzione tra generi così come non ci interessa pensare al festival per così dire autoreferenziale sul pubblico. Non è un festival né per snob né per cultori di un solo genere. Quello che mi piace pensare è che magari lo stesso ascoltatore che viene a vedere l’evento speciale con Calcutta resti poi a godersi lo spettacolo di John Carpenter che potrebbe essere la cosa più lontana come attitudine che uno potrebbe immaginare.

Ma in realtà  la curiosità è ciò che spinge il pubblico e così noi stessi nella costruzione della lineup: si cerca di valorizzare in un percorso che va da Torino – Italia – Europa – Mondo le scene musicali attuali e quindi quella che per noi, fondamentalmente, è la musica che ci piace, che crea una tensione creativa ovvero che muove qualche cosa. L’idea di un concerto dopo il quale si va a casa e non ti lascia nulla non ci piace, ci piace rappresentare più musica.

L’importante è che il pubblico ascolti bella musica e non necessariamente la stessa musica.

Immagino che a livello organizzativo sia un lavoro duro e faticoso organizzare un festival così strutturato. Ci sono delle diifficolatà tutte italiane?

O immaginate siano le difficolta che si incontrano ovunque?

Io credo che purtroppo l’Italia non abbia una grande traduzione di festival consolidati, cosa che invece accade in Nord Europa o in Paesi anche più vicini. Qui rimane un po’ il Paese dei concertini, la musica viene percepita come qualche cosa di contorno e di sottofondo. Non c’è quel tipo di approccio o di attitudine.

Sicuramente le difficoltà burocratiche sono molte, ci sono anche difficoltà nel pensare dei luoghi, immagina che l’ Ex Fabbrica Incet fino a qualche anno fa conteneva, accatastati una sull’altra, una quantità di macchine sequestrate negli anni ‘40 e ‘50 dopo processi di mafia e quindi lì ferme. Sembrava una visione quasi onirica organizzarci qualcosa!  Oggi invece è un posto, che grazie ad una riqualificazione importante che ha fatto la città,  viene inaugurato con tutto un altro tipo di emozione.

Sono molte le difficoltà come come ti dicevo, è un lavoro lungo che dura tanti giorni, un anno intero, con uno staff molto ampio. E’ comunque la passione però quella che muove il tutto e fa si che una visione di un’idea diventi poi una realtà invece di rimanere una potenzialità inespressa.

Prima parlavi della città di Torino, di riqualificazione di luoghi. Torino è sempre stata una città all’avanguardia rispetto a tante altre città italiane. Come ha accolto la città stessa questo festival?

TOdays è un festival della città di Torino, nel senso che proprio l’ente organizzatore è formalmente la città. Però la cosa che in qualche modo veramente all’avanguardia é che anziché essere calata dall’alto con una decisione istituzionale ha saputo valorizzare delle eccellenze sul territorio, che a quel punto poi sono diventate valorizzanti esse stesse del Territorio medesimo.

Quindi in qualche maniera l’amministrazione ha avuto la capacità e la contemporaneità – è importante riconoscere le cose nel momento in cui esse stesse esistono e non prima che decadano –  di valorizzare le realtà torinesi che valgono e quelle in grado di mettersi in gioco, anche sbagliando perché l’errore fa parte anche del mettersi in gioco. Quindi in questo senso è stata una scelta oculata della città e dell’amministrazione.

Torino è sempre stata una città in cui il fermento creativo, soprattutto quello proveniente dal sotterraneo, è sempre stato molto forte, soprattutto negli anni ‘80 e negli anni ‘90, è anche una città dove tante volte la potenzialità non riesce a esprimersi a pieno e soprattutto a diffondersi oltre il territorio medesimo. Io quando penso a Torino a volte la penso come una città di porto ma senza il mare! Cioè una città dove c’è tanto fermento, gente che hai idee, creatività, ma che poi spesso non riescono a concretizzarsi. E’ chiaro che in questo caso questo è un festival, un piccolo festival alla seconda edizione ancora molto giovane, che però prova a superare queste barriere.

Quindi a far sì che non sia, come si suol dire, autoreferenziale, ma invece un evento formato da tante eccellenze che si mettono insieme per investire, e potersi migliorare, in una modalità collettiva di condivisione.

Rispetto all’anno scorso in cosa credete di essere maturati?

Molti di questi credo e spero che gli scopriremo a fine festival perché è tutta una macchina che costruisci e sino a che non si accende l’impianto non saprai mai come va: in termini di partecipazione, in termini di logistica e funzioni. Parliamo di oltre 50 artisti per tante ore in tre giornate in varie location quindi anche piuttosto complesso per noi da mettere in atto.

Solo alla fine potremmo vedere se siamo migliorati in questa “macchina” che produce l’evento. Molto dipende anche delle persone. In questo caso è un festival colletivo, le persone fanno tanto non solo dal punto di vista di spettatori passivi ma proprio come protagonisti del festival. Io credo, e spero, che la crescita possa essere quella di essersi rimessi in gioco, invece che ripetere se stessi.  Quindi, invece che “campare di rendita” su una prima edizione andata molto bene abbiamo cercato di innovarci: scoprire nuove location, un secondo main stage importante, luoghi mai utilizzati prima ed importanti per la città stessa.

Quindi questo si può dire sia il motore del festival, insieme alla passione che muove tutto.

Noi auguriamo lunga vita al TOdays Festival e ringraziamo di cuore Gianluca che ha centrato il senso del festival perfetto: muovere la curiosità delle persone, unendole nella buona musica, che può essere varia e diversa.

La passione, la voglia di innovare e innovarsi sono il motore di questo straordinario Festival che siamo sicuri ci regalerà grandi emozioni.

A cura di Margherita Di Clemente

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