Boombox meets…Immanuel Casto

675

A cura di Federica Cuomo e Giuseppina D’Alessandro

Abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche parola con Immanuel Casto – esponente italiano del porngroove (genere a cui lui stesso ha dato un nome) – che sarà in concerto questa sera all’Alcatraz di Milano.

Lo scopo di questa intervista non è solo parlare del tuo nuovo disco, ma anche presentarti a coloro i quali non hanno mai ascoltato un tuo pezzo o rispondere a chi non ti ha apprezzato e ti ha criticato. Affermi che alla base dei tuoi lavori c’è sempre una gran dose di divertimento e irriverenza; cosa ti senti di dire allora a chi potrebbe ascoltare per la prima volta i tuoi successi, da un più leggero Tropicanal al più provocatorio Che bella la cappella?

È difficile presentarmi a parole perché la mia proposta è di tipo musicale, artistica, e vorrei che la gente si soffermasse innanzitutto su questo. Direi cose diverse a chi non mi conosce e a chi non mi apprezza. Spingerei i primi ad ascoltare le mie canzoni: li invito a divertirsi perché come avete detto voi stesse il divertimento è alla base di quello che faccio. Nei miei brani ci sono prese di posizione e messaggi che non tutti condividono: un omofobo difficilmente apprezzerà una mia canzone, così come un misogino, un cattolico bigotto o un razzista. Insomma, non posso preoccuparmi di queste categorie: se l’ascoltatore appartiene a una di queste, non posso farci niente, non mi rivolgo a lui, pazienza. Poi c’è anche la questione stilistica, ognuno ha i suoi gusti, io faccio un electro-pop che a volte tocca la dance, altre il rock (soprattutto nell’ultimo album): in questo caso si tratta di una questione di gusto legata a motivi puramente estetici. C’è chi poi non apprezza le trovate più goliardiche: anche qui è una questione di gusto assolutamente legittima. Anche io ad esempio non apprezzo la goliardia, dipende da com’è fatta. C’è chi invece proprio mi odia, cosa che capisco un po’ meno. Ho fatto tutto questo preambolo proprio per dire che se è una questione di gusti non ci si può far niente, è legittimo; il mondo è pieno di artisti che non apprezzo, ma non sprecherei mai trenta secondi della mia vita per vedere un video su youtube e lasciare poi un commento negativo o un insulto. Ognuno è libero di fare arte a suo modo. Io sono un artista libero, faccio e dico quello che voglio e questa è una cosa che alle persone che non si sentono libere disturba. Agli omosessuali repressi, ad esempio, infastidisce una persona che parla di sesso in modo del tutto trasparente e anzi, con orgoglio. È l’unica spiegazione che mi do per quanto riguarda l’odio che, per fortuna, solo una piccola parte di persone prova nei miei confronti.

Uno degli aspetti più originali della tua carriera è l’esserti fatto notare attraverso il web. Ma se Immanuel Casto fosse nato vent’anni prima, come avrebbe provato a raggiungere il successo? E soprattutto, considerando il diverso contesto sociale del tempo, ci sarebbe riuscito?

Vent’anni fa, negli anni ’90 probabilmente no, ma se mi aveste parlato di trent’anni fa la risposta sarebbe diversa.
Negli anni ’70 e ’80 c’era molta più libertà di adesso nel mainstream: pensiamo al primo Renato Zero, Donatella Rettore, Jo Squillo che in prima serata cantava “Violentami sul metrò”. Adesso è impensabile che in una prima serata o in un programma di Barbara D’Urso una cantante pop vada a cantare un pezzo del genere, immaginate il casino che esploderebbe! C’è molto più perbenismo adesso. Ho una buona opinione di me, so di avere un certo talento, di avere belle idee e quindi, se avessi iniziato a esibirmi e fare arte alla fine degli anni ’70, mi sarei fatto notare. Alla fine degli anni ’90, senza internet, avrei fatto una grandissima fatica. Si accostano giustamente le mie origini al web ma, in realtà, quando ho cominciato non c’era Facebook, Youtube muoveva i suoi primi passi e non era per niente fruibile per quanto riguarda la musica. Ho creato, però, un blog al quale la gente si iscriveva e riceveva una newsletter. Così ho iniziato a creare il personaggio su internet. Senza quello e con l’attuale perbenismo sarebbe stato molto difficile farmi strada, non so se sarei riuscito ad avere un seguito.

Hai nominato alcuni artisti del passato anticipando la nostra prossima domanda. Vorremmo conoscere le tue influenze, le tue figure di riferimento. Tempo fa, ad esempio, eravamo ad un concerto dei Duran Duran e ci siamo dette che probabilmente Immanuel Casto non sarebbe mai esistito se prima non ci fossero stati personaggi come Simon Le Bon…

Non vi sbagliate affatto! Uno dei miei due fratelli era patito dei Duran Duran e me li ha fatti ascoltare a lungo quando ero ragazzino. A livello formativo hanno significato molto così come tantissimi altri artisti degli anni ’80.
Ho assorbito come una spugna quello che sentivo da ragazzo. Spesso la gente mi da dell’innovatore e mi fa tanto piacere. In realtà, però, io reinterpreto con la mia sensibilità, attraverso la mia esperienza, l’eredità che è stata lasciata a livello stilistico e musicale da artisti del passato.
Parlando di modelli italiani ho già citato il primo Renato Zero, Donatella Rettore ma anche una Raffaella Carrà. Da ragazzino ascoltavo anche Elio e le storie tese che sono stati i primi a farmi scoprire cosa fosse la goliardia. Negli anni ’90 impazzivo letteralmente per Madonna e David Bowie, che hanno influenzato molto la mia musica e il mio personaggio. Tra i miei riferimenti più contemporanei, invece, ci sono artisti pop più alternativi tra cui Marina and the diamonds.

Arriviamo adesso a parlare del tuo disco, The Pink Album. Vorremmo raccontassi la sua genesi,e che ci dicessi cosa i fan devono aspettarsi dal concerto del 2 dicembre all’Alcatraz di Milano.

Dico sempre che questo è il mio disco più coraggioso perché parla meno di sesso. Nei miei album precedenti, ci sono sempre state canzoni più intimiste: basti pensare al brano Da quando sono morto nell’album Freak and Chic, il quale però era messo alla fine sia perché è un bel pezzo da chiusura ma anche per non interrompere l’ascolto di un disco divertente da mettere ad una festa. Adesso ho pensato che il mio pubblico fosse abbastanza maturo per apprezzare altri aspetti della mia scrittura e così è nato The Pink Album, che non rinnega assolutamente le mie origini, anzi, ma in esso è possibile trovare, in egual misura, brani più ironici e divertenti e quelli più seri, più emotivi.

Perché hai scelto questo titolo? Abbiamo letto che voleva essere un richiamo al White Album dei Beatles e al Black Album dei Metallica. Come mai questo riferimento?

The Pink Album è un titolo iconico e di richiamo, difatti White Album e Black Album sono dischi di rottura, ma è anche autoironico: fra tutti i colori, io vado a scegliere il rosa!
Il titolo a cui avevo pensato inizialmente era Disco Dildo: temevo però che non avrebbe ben rappresentato l’album nella sua interezza ma solo l’aspetto porn groove. Peraltro, il cambio del titolo è legato ad eventuali problemi con le grandi catene di distribuzione, le quali comunque non hanno voluto tenere il firmacopie del disco sostenendo che non fosse in linea con i loro prodotti e avevano paura del tipo di persone che si potesse presentare, cosa che trovo oltretutto offensiva nei confronti del mio pubblico.
Mi sono ritrovato, quindi, a fare il firma copie del disco a Milano in un sexy shop ed è stato un successo: l’album non si chiama Disco Dildo ed ero li a firmare The Pink Album circondato dai dildi!

Commenti su Facebook
SHARE