IMMAGINA UN MALATO: È IL MALATO IMMAGINARIO?

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A cura di Claudia Tanzi

Che fare, quando tutto è già stato detto e tutto è già stato scritto? Quando il cast è composto da attori “arrivati” del calibro di Gioele Dix e Anna Della Rosa? Quando regia e scenografia si rifanno a una tradizione cui si deve la reverenza dei grandi della storia? Beh ecco, credo non resti altro che avviarsi increduli e intimiditi ai posti riservati, con piacevole sorpresa, in prima fila (!). Ma se il lamentarsi è il male del nostro secolo (e non del solo, stando a Molière), ci sediamo anche un po’ stizziti per l’essere costretti dalla pole position a conformarci ad una parvenza di contegno. Residui di dignità e parche rimembranze di educazione parentale impediscono infatti di iniziare, all’aprirsi del sipario, la lenta discesa che porterebbe alla più scomposta e tipica posa da divano-birra-partita (quando non terminerebbe nel tentativo di appoggiare i piedi direttamente sulle spalle del malcapitato davanti).

Ma ora sssshhh, si abbassano le luci, il sipario si apre: ha inizio lo spettacolo.

Ha inizio lo spettacolo ed è come un salto a ritroso nel tempo: Argante, alias il Malato immaginario, ora come nel 1982, conta le medicine prescrittegli (o fattesi prescrivere?) dai vari Dottori Fecis e Purgone di turno (nomen omen?), con schiena curva e minuzia degne del sempre caro Ebenezer Scrooge. Un quadretto notevole, ma affrettatevi: si mormora che il 1 marzo tirerà le somme.

Faccio la conoscenza del nostro Malato il 17 febbraio, lo stesso giorno in cui 342 anni fa (chissà, forse un venerdì), moriva Molière, tragicomicamente calcando la scena proprio nei bianchi panni di Argante, il suo ultimo, grande personaggio. Riproposto oggi a commemorare, più e meglio di qualsiasi celebrazione formale, il 25esimo anniversario della morte del cofondatore nonchè dedicatario del Teatro Franco Parenti, ignorava, allora, che sarebbe stato destinato ad ergersi nei secoli a seguire ad emblema di “tutti i malati e di nessuno in particolare” secondo le parole della regista Andrée Ruth Shammah. Già, perché, quella che vediamo gemere e sbraitare, lamentarsi ed imporsi colmando di sè la limitata superficie del palco, più ancora che i vari Franco Parenti e Gioele Dix di turno (e scusate se è poco), è in realtà l’antropomorfizzazione stessa della paura della morte, Paura di tutte le paure. È questo valore di eternità, assoluto e immutabile, che consente ad una grande regia di essere riproposta negli stessi termini a più di 30 anni di distanza senza per questo apparire datata. Classico e contemporaneità in fondo, quando si parla di teatro, “non sono mondi lontani” e d’altronde, questo spettacolo ne è la prova, non è necessario imporre ai testi riletture attualizzate per farli parlare anche di e al nostro tempo.

È l’immortalità dell’arte che Molière oppone all’ipocondria, in una dialettica tra tragedia e commedia che addolcisce con accenti umoristici il retrogusto amaro del riso. L’occhio dello spettatore scruta all’interno del capezzale dell’infermo, ma la stanza sembra assumere più la connotazione di un palcoscenico nel palcoscenico. Un luogo di finzione, a cominciare da quella che muove l’intera azione: la pretesa malattia con cui Argante cerca di esorcizzare e prevenire l’avvento dello spettro della Morte, che si fa quasi presenza fisica sulla scena, perenne quanto intangibile. La scenografia riflette questo senso profondo: le pareti che delimitano il meta-luogo sono lievi cortine nere, sorta di veli di Maya per il protagonista, espediente scenico per gli inganni degli altri, che si esplicano tramite fugaci giochi di sguardi e sottili ammiccamenti.

Concludo portando ad ulteriore prova (nonchè spinta motivazionale, spero) della “pena” che lo spettacolo vale (pose impettite e crampi annessi e connessi), i delicati palmi delle spettatrici in sala, costretti senza ritegno alcuno agli interminabili minuti di applausi che hanno disegnato sul volto degli interpreti (ormai rientrati nelle loro proprie spoglie) un’espressione che urlava: “Basta, lasciateci andare”. Che sia questa la pena dantesca per eccesso di bravura, un applauso per l’eternità? Chissà, nel frattempo, io che un tale rischio non lo corro, posso tornare a casa.

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