Il verbo di Ascanio Celestini: Laika al Teatro Franco Parenti

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Laika

«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» recita il Vangelo.

«È il momento di scendere» dice Ascanio Celestini sul palcoscenico del Teatro Franco Parenti nel suo ultimo spettacolo Laika, in scena dal 9 al 14 Maggio.

Il Dio che ci viene presentato in scena è un Dio che non rivela subito la sua identità, nonostante i rimandi allusivi, che vive in un appartamento di una città un po’ come tutte le altre, che affaccia su un parcheggio e un supermercato, è un ubriacone e al contempo un finto cieco, ma essenzialmente è un narratore.

Celestini ci racconta storie, come sa fare lui, con il suo accento romano, i suoi dialettismi, la sua capacità di catalizzare l’attenzione dello spettatore sui fatti di tutti i giorni attivando i sensori vulnerabili di chi lo ascolta, tenendolo in pugno fino alla fine tra una risata sonora e una riflessione scomoda.

Sviscerando il pregiudizio, attraverso le storie di una prostituta, un barbone, una donna senza fede, una donna “con la testa impicciata” e un cieco, ci punge, ci provoca una reazione, ci interroga, ci porta a pensare che i primi colpevoli siamo proprio noi.

Ad accompagnare la narrazione rivolta ad un certo Pietro – nome non casuale naturalmente – ci sono le note di una fisarmonica, quella di Gianluca Casadei che aggiunge quel tocco folkloristico che poco ci manca e siamo tutti di fronte ad un camino riuniti attorno ad un cantastorie.

Il modo attraverso cui Celestini ci parla ci catapulta in un’altra dimensione, arcaica e familiare, prima dell’ora del coprifuoco quando è “l’ora della storia”.

Eppure in netto contrasto, stridendo, i temi della storia sono urgentemente attuali e grandi, così grandi che è difficile farli stare tutti all’interno di uno stesso testo teatrale, senza scadere nella retorica, ma Celestini ci riesce.

C’è la fede, con i suoi miracoli e i suoi santi, ma quali sono questi miracoli e quali i santi?

C’è il riconoscimento dei diritti sul lavoro, la disoccupazione, la povertà, il razzismo.

Alla base di queste grandi parole che, a vederle scritte qui sopra tutte insieme sembra di tornare a fare l’esame di maturità, ci sono le storie delle persone, raccontate ad una ad una perché solo la comprensione intima genera azione.

Senza filtri, senza sconti, chiamando le cose con il loro vero nome, la brutalità va riconosciuta per quella che è, che sia un negro o una puttana, oppure un Dio distratto.

Tutto il discorso è sorretto da più livelli di senso e significato con letture multiple e belle da scoprire, con rovesciamento di ruoli e di poteri, in cui non si può non leggere tra le righe perché Celestini non lascia niente al caso, a partire dal titolo: Laika, il cane lanciato nello spazio che idealmente è la creatura più vicino a Dio e l’uomo laico.

E prima che la volta celeste crolli – così vuole la teoria del cieco – qualcuno è riuscito ad agire e a compiere i miracoli, anche se, è vero, in questa versione di Celestini non è stato Dio, ma poco importa che si chiami Dio o in un altro modo.

A cura di Cecilia Angeli

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