Il Re Giullare

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 LEAR. LA STORIA di Giuseppe Dipasquale

Il Bardo ha trovato quest’anno un’ospitalità inaspettata a Milano. Dal Macbeth di Branciaroli al Piccolo Teatro alla rassegna shakespeariana dell’Elfo Puccini, anche il Parenti ha deciso di dare il via alla stagione con una delle opere più note di Sir William: si tratta di LEAR. LA STORIA, per la regia di Giuseppe Dipasquale e prodotto dal teatri stabili di Napoli e Catania.

Quella accettata da Dipasquale è una sfida non da poco: restituire la forza del testo shakespeariano senza deformarne la natura; operazione assai distante dalle letture “contemporaneggianti” in circolo e che tuttavia trova nel suo apparente “classicismo” i punti di maggior originalità. Lo testimoniano le scelte registiche e produttive adottate, come affidare il ruolo di Re Lear a Mariano Rigillo, con i suoi cinquant’anni di esperienza teatrale alle spalle, o adottare la traduzione di Masolino d’Amico, molto attenta alla resa della poeticità della lingua shakespeariana e alle sue variazioni tonali. Non mancano nemmeno i tributi al teatro elisabettiano, come i costumi di gusto seicentesco, l’interpretazione di ruoli femminili da parte di uomini o le scene di congiura recitate in proscenio.

   È proprio all’interno di queste strutture collaudate e ben riconoscibili che emerge l’originalità di LEAR. LA STORIA. Lo spettacolo infatti procede per una serie successiva di “ribaltamenti” per cui, quanto apparirebbe come la riproposizione di pose shakespeariane piuttosto datate, risulta essere invece una vivace rappresentazione di un’opera ancora in grado di parlare al nostro tempo.

  Luigi Tabita (Regana) e Roberto Pappalardo (Goneril), ad esempio, mentre da un lato rivelano la natura maschia e violenta del potere, dall’altro mostrano l’aspetto grottesco di una forza distruttiva che cerca di nascondersi sotto i panni della devozione, al contrario delle uniche due attrici, Silvia Siravo (Cordelia) e Anna Teresa Rossini (il Matto), che vengono a rappresentare le sole personalità in grado di sincerità, e per questo vittime del potere. Un’antitesi forte, come quella che separa i due fratellastri Edgar (Giorgio Musumeci) ed Edmund (David Coco), che rivela la specularità dell’opera shakespeariana, a cui viene presta molto attenzione.

 È però sull’asse di simmetria, ovvero sulle vicende di Gloucester (Sebastiano Tringali) e Lear, che LEAR. LA STORIA pone l’accento, ottenendo i migliori risultati. L’interpretazione di Rigillo infatti, se a una prima impressione appariva fin troppo magniloquente e poco credibile, si rivela il passaggio necessario per il capovolgimento di situazione tale per cui Lear si troverà prima senza corona e poi signore sopra una corte di matti e derelitti, di cui lui è il maggior rappresentante. Non si tratta di un rovescio privo di ironia, anzi: la farsa è tale per cui si è quasi spinti a credere che tutto si risolverà per il meglio, ma è nella dolorosa ricostituzione dell’ordine che lo spettacolo riacquista la sua vocazione tragica. È impressionante infatti come si passi a ridere della demenza senile di Lear, a soffrire per il tardivo riconoscimento della figlia, ormai condannata a morte – merito questo che va riconosciuto tutto a Rigillo.

 Sebbene non privo di punti critici, LEAR. LA STORIA è una buona dimostrazione di come sia ancora possibile una (ri-)lettura dei classici che, senza dubbie pretese di attualità, riesca a rivelarne il fondo di universalità, tale per cui un dramma di cinquecento anni può parlare al nostro tempo e alle sue contraddizioni, che non trovano pacificazioni, se non nel racconto del Re Giullare.

A cura di Nicolò Valandro

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