Il ponte delle spie: uno Spielberg elegante

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Apriamo con due domande molto semplici. Il ponte delle spie è un film da andare a vedere al Cinema? Sì. È il miglior Spielberg di sempre, come sostenuto da buona parte della critica americana? A nostro parere no, ma forse è un ulteriore passaggio nella sua maturazione registica.

Quando si parla dello Spielberg maturo, di solito si pensa agli anni ’80, al periodo della sua prima opera veramente impegnata, Il colore viola, quando riprese il romanzo della Walker per raccontare la ribellione di una donna di colore seviziata da marito e società. Ma con Bridge of Spies il cineasta di Cincinnati raggiunge una maturità diversa, un’ascesi registica che lo porta a filmare e firmare una delle opere più eleganti e solide della sua carriera, sancendo un immediato successo di critica e pubblico che sotto questo aspetto richiama alla mente quei capolavori degli anni ’90 che gli valsero i premi Oscar alla regia: Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan.

Siamo nel maggio 1960. L’Europa post bellica è spezzata in due da una vera e propria linea di confine, la cortina di ferro, e agli aerei americani è proibito volare nello spazio aereo sovietico. Il Lockheed U-2, un aereo-spia, è stato progettato per volare più in alto di tutti e non poter essere individuato, ma le cose non vanno come previsto. Il velivolo appartenente alla CIA viene abbattuto nei cieli dell’URSS. Gli USA negano che sia coinvolto in una missione di spionaggio, ma quando a bordo viene trovato il pilota Francis Gary Powers, catturato e sottoposto a un processo, la superpotenza americana si trova costretta ad ammettere le proprie intenzioni. I rapporti sono compromessi. È l’inizio della crisi degli U-2 e l’avvio di ostiche contrattazioni per riportare il prigioniero a casa. È la premessa del film di Spielberg.

Il ponte delle spie si presenta ai botteghini come un thriller, ma in realtà non lo è davvero fino in fondo. Fondamentalmente si tratta di un drama dalle tinte noir celate sotto i canoni del cinema classico hollywoodiano. Su queste fondamenta, Spielberg costruisce un impareggiabile tessuto filmico intriso contemporaneamente di tensione e ironia, dove le dinamiche di spionaggio e la proliferazione della critica sociale sono raccontate con ossequioso realismo, mentre la giusta dose di non detto viene filtrata attraverso un sapiente utilizzo dell’immagine.

A guidare il cast troviamo Tom Hanks, non proprio attore feticcio ma sempre più protagonista nelle produzioni targate Spielberg, il quale si supera nell’interpretare l’avvocato James Britt Donovan e fornisce una performance impeccabile che potrebbe far sudare freddo ancora una volta Leonardo Di Caprio in vista dei prossimi Oscar. Nell’ottica statunitense rappresenta la figura fin troppo scontata del rispetto delle libertà e dei valori costituzionali di cui tanto si fanno vanto oltreoceano, ma, grazie alla delicata e raffinata misura con cui viene posto al centro di una realtà politica ritratta in modo parzialmente accusatorio, Hanks riesce ad acquisire tutto un altro spessore.

Allo stesso modo, Mark Rylance – ai livelli della performance di Wolf Hall – che interpreta la spia russa Rudolf Abel, diventa il riflesso tangibile dell’impronta dei fratelli Coen: un personaggio tutto d’un pezzo, ironico e affascinante, per cui difficilmente sarebbe potuto essere stato scelto un interprete migliore.

Proprio la mano dei Coen, che hanno co-prodotto il film e ripreso la già ottima sceneggiatura di un sempre brillante Matt Charman – onore a lui – emerge in tutte le sue specifiche nel ritrarre i vari rappresentanti politici di URSS e Germania dell’Est che si susseguono sull’innevato scenario tedesco. Personalità spinose, suscettibili e sempre dotate di sarcasmo che riescono a trasmettere la profondità dei loro ruoli senza privarsi di quella leggerezza antitetica fondamentale nell’elevare il grado di originalità della pellicola.

Un operato non scontato, dal momento che la vicenda si svolge nei giorni in cui viene eretto il muro di Berlino, dove il contrasto e i sotterfugi vigenti tra le due “Germanie” si fanno sempre più papabili e disperazione e amore sono portati all’estremo dal conflitto. Un contesto globale difficile da raccontare ma reso intenso e naturale, con sublimi rimandi interni vissuti nella coscienza inespressa di Donovan – la simmetria rovesciata Manhattan/Berlino osservata dal treno da Hanks è un’efficace e commovente perla di tecnica e meta-significato – e nelle azioni semplici e coraggiose di comparse non così superficiali.

In fondo Spielberg è sempre stato un vero maestro della forma e qui di certo non si smentisce: non drammatizza eccessivamente gli eventi ma sceglie di scioglierli in atmosfere cupe, fredde, fumose e intriganti. Il punto di vista americano è sì presente e nemmeno troppo tra le righe – tanti i confronti diretti con le dinamiche sovietiche – ma, rispetto a ciò a cui siamo abituati dalla collinetta californiana, non emerge a sufficienza per gridare all’ennesimo film stuprato dall’onnipresente patriottismo a stelle e strisce.

Riprendendo volutamente i canoni classici la trama è lineare, non sono presenti grandi colpi di scena, anche lo spettatore meno preparato sul contesto storico di riferimento può intuire come si svolgerà la vicenda e di certo non vengono sconvolti i cliché e i sentimentalismi tipici delle produzioni hollywoodiane, ma la sensazione è che, in questo caso specifico, sia giusto così, che sia un bene e pure ponderato.

Certo, anche se la positività diffusa diventa un artificio che rende il film godibile e differente, non ci si può esimere dal mettere in dubbio l’eticità di un simile approccio se correlato ad un contesto storico-politico terrificante come quello della guerra fredda, che diventa così un’esaltazione del cinismo moderno celato sotto le false vesti di un sentimentalismo ad effetto, portatore di una sensibilità in realtà sempre più assente.

Ma in fondo l’attenzione di Spielberg è di stampo talmente classico da antecedere quasi la stessa New Hoollywood da lui co-fondata, scomodando, tra gli altri, evidenti richiami stilistici a Capra o Ford. E, come da modello, non è la storia a essere al centro della sua narrazione, ma infinite dimensioni antitetiche – immaginazione/realtà, individualità/collettivo, speranza/certezza – di cui l’uomo comune, chiamato a fare la storia in circostanze straordinarie, si fa portatore e bandiera nel nome di se stesso e del proprio Paese.

a cura di Federico Lucchesi

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