Il manifesto: Ryan Murphy, il genio in eccesso

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Da oggi parte una nuova rubrica un pò più complessa, sì, ma adatta a menti cineaste come voi, cari i nostri ventisette lettori.
Si tratta di una rubrica che vuole esporre i canoni del cinema moderno (sì, siamo giusto un pelo pretenziosi e per nulla modesti); una sorta di fondazione di un canone cinematografico moderno secondo VOX.

Quale miglior nome per questa rubrica, se non Manifesto? Un manifesto è una dichiarazione pubblica (in genere espressa in forma di opera letteraria o lettera aperta) che definisce ed espone i principi e canoni di un movimento. La stessa cosa vogliamo fare qui per il cinema. Per ogni articolo andremo ad analizzare un regista/film/serie tv che ha portato uno stile, un parametro, un punto di riferimento da seguire. Un esempio molto semplice che tutti conosciamo: Tarantino.

Un canone riscritto dal “Taranta” è quello della violenza e del pulp movie, ne è un esempio appunto Pulp fiction che ha dato un nuovo standard, un nuovo metro di misura, un occhio con cui guardare e mostrare la violenza. Parleremo di volta in volta, di quelle opere o cineasti che hanno dato un cambiamento sostanziale all’interna macchina dell’intrattenimento, quindi iniziamo subito, questo nuova rubrica, andando a parlare della genialità di Ryan Murphy.

Se c’è una caratteristica che contraddistingue i 14 anni di carriera di Ryan Murphy, quella è l’eccesso. Da inesauribile provocatore qual è, infatti, rincorre dal 1999 l’obiettivo di far scoppiare la scatola televisiva e i suoi meccanismi, sfruttando la nostra pulsione di consumatori di narrazione a buon mercato.

L’eclettico autore ha all’attivo 7 serie che spaziano tra horror, drama e comedy, spesso combinati insieme. Nonostante si possa stentare a individuare il nesso tra chirurghi plastici (nel suo esordio con Nip/Tuck), adolescenti canterini (in Glee), case infestate e feroci confraternite femminili (nelle recentissime American Horror Story e Scream Queens), Murphy riesce sempre a impilare con grande consapevolezza linee narrative, colpi di scena, personaggi sopra le righe e momenti shock, come solo un accumulatore patologico saprebbe fare.

La sua stravaganza è però odiata da molti fan, che lo ritengono colpevole di rovinare molti suoi lavori con la tendenza alle esagerazioni e all’implausibilità, senza contare la sua attitudine a far scomparire i suoi personaggi da una stagione all’altra. Lui ne ha fatto il suo marchio di fabbrica: il gioco sta nel confezionare prodotti curatissimi nei dettagli che siano efficaci come opere di genere, e nel contempo efficacissime parodie del genero stesso.

L’estetica sopra le righe di Murphy ha inoltre fatto filtrare uno sguardo spietato sull’America di oggi.
Gay, dichiarato proveniente da una severa educazione cattolica, ha fatto delle tematiche Lgbt un punto cardine comune a tutte le serie.
Non si tratta solo della presenza di personaggi omosessuali, ma della continua esplorazione di ogni orientamento in contrasto con un’ipocrisia soffocante. In una delle sue creazioni, The New Normal, Murphy ha il pregio di riuscire a mostrare una coppia omosessuale tutt’altro che tormentata o nascosta, quasi un tabù sia per il piccolo che per il grande schermo (questo film per la televisione, per altro, è fortemente autobiografico: come i due protagonisti, anche Murphy e il suo compagno hanno avuto un bimbo da madre surrogata).

La famiglia intesa in senso classico è una delle istituzioni più frequentemente dissacrate da Murphy, che porta così allo scoperto una delle grandi bugie americane, sia nella composizione di essa che nei suoi tradizionali rituali: l’odio dello sceneggiatore per le festività ha fatto nascere alcuni fra i più terrificanti episodi di Natale della storia della televisione.
E se è vero, citando Jessica Lange in AHS, che ‹tutti i mostri sono umani›, Murphy non ha fatto nessuna scoperta: ha solo scelto di mettere in bella vista queste mostruosità, e di farne delle varie e proprie star.

a cura di Marco Teruzzi

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