Bentornati alla rubrica del Manifesto, unica nella sua analisi critica dei segreti della Settima Arte. Oggi prendiamo in analisi una qualità essenziale di un buon film: il tempo.

Perché? Beh, essendo un film “moderno” (per definizione) un insieme di immagini in movimento collegate tra loro da una narrazione, il ruolo ricoperto dal tempo risulta molto più che significativo. Molto spesso si cerca di rendere la storia quanto più chiara e limpida possibile, per non creare disagio o confusione nello spettatore e per permettergli di godere appieno della trama senza particolari indugi sull’arco temporale delle vicende. È facile, pertanto, dare per scontata un’accuratezza dei tempi entro cui si sviluppa una storia, non considerando che (spesso e volentieri) quasi mai una storia è perfettamente lineare e sincronizzata. È come un viaggio in treno: durante il viaggio non ci accorgiamo che la vettura si dirige verso Est o Ovest ma, al contrario, sembra procedere sempre lineare e diritta. Allo stesso modo un buon film, se è degno di essere chiamato tale, ci rende una storia pressoché scorrevole al punto da non farci accorgere di eventuali analessi, prolessi, ripetizioni o acronie. Questo è possibile, il più delle volte, grazie a delle ingegnose e piccole strategie di regia che contribuiscono a rendere il quadro completo sempre più armonioso.

Procediamo con ordine.

Una tra le più comuni e note variazioni dell’ordine del racconto, ovvero della disposizione cronologica degli avvenimenti nel flusso temporale, è senza dubbio l’analessi (conosciuta meglio come “flashback”). Essa consiste nell’interruzione pura dello sviluppo narrativo lineare e nella messa in scena del passato, permettendo a una narrazione di contenerne un’altra. È pressoché impossibile stilare una lista di tutti i film e registi che ne fanno uso, dato che il flashback è uno strumento narrativo efficacissimo: un ricordo di un personaggio, nella maggior parte dei casi, è il classico esempio che ritroviamo in pellicole investigative, drammatiche e autobiografiche.

In questo caso possiamo fare riferimento, data la sua notorietà e l’indiscussa maestria, al maestro Akira Kurosawa e a uno dei suoi film più famosi: “Rashomon” (1950). Il film, che vede un gruppo di protagonisti in un bosco che discutono dell’uccisione di un samurai, si sviluppa proprio a partire da flashbacks (ovvero dai racconti contrastanti dei personaggi).

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Meno conosciuta, o perlomeno meno riconoscibile e presente sul grande schermo, è la prolessi (nota come “flashforward”) che consiste nell’interruzione del flusso narrativo per compiere un salto nel futuro. Intesa come una sorta di anticipazione di ciò che poi noi guarderemo, il “salto in avanti” è perlopiù presente nelle scene iniziali della pellicola.

Sebbene sia presente anche nel cinema classico, non possiamo non prendere ad esempio il famoso inizio del cult “American Beauty” (Mendes, 2000) nel quale il protagonista Lester (ruolo che consacrò Kevin Spacey tra i grandi) entro i primi tre minuti del film rivela cosa succederà di lì ad un anno. Tuttavia non si tratta, a discapito di quanto molti pensino, un’anticipazione (“spoiler”); al contrario fornisce, in questo caso così come in tutti gli altri film, un elemento prezioso per capire meglio l’intera narrazione.

Passiamo ora alle storie cosiddette “acroniche”, ovvero a quelle pellicole le cui trame sono suddivise in “sotto-sequenze” disposte secondo un ordine temporale all’apparenza “confusionario” o “poco chiaro”.

Uno dei tanti e famosi esempi che sono entrati nella storia dei “cult” è “Eternal Sunshine Of The Spotless Mind” (Gondry, 2004). Anche “Memento” (Nolan, 2000) ne è un ottimo esempio, dato che le vicende del protagonista ci vengono offerte tramite una tra le strutture temporali più complesse mai elaborate sul gran schermo: non c’è da sorprendersi che in molti stiano ancora cercando di comprendere la trama nel suo insieme… Ancora più emblematici, nonché popolarissimi esempi, sono tutti i film di Quentin Tarantino. Il regista americano, tuttavia, a differenza di altri, distingue chiaramente le parti della sua storia, inserendovi narratori onniscienti, personaggi diversi e posizionando le porzioni della storia secondo un ordine ben preciso. Basti solo pensare alle presentazioni delle scene in “Pulp Fiction” (1994)…

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…oppure in “The Hateful Eight” (2015):

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Singolare invece è il “racconto ripetitivo” (o, più semplicemente, “le scene ripetute”) che consiste nel racconto in più volte di un particolare evento che nella storia è accaduto una sola volta. Nella realizzazione di questa tecnica, è interessante notare come sia utilizzata per sottolineare l’importanza o la centralità di una particolare scena o azione del personaggio. È, molto probabilmente, uno dei metodi più antichi per permettere allo spettatore di cogliere al meglio degli aspetti della storia che, altrimenti, risulterebbero poco chiari o in secondo piano.

Fin dal cinema delle origini, questo stratagemma temporale è stato usato per enfatizzare l’azione che spesso, soprattutto nel cinema dei primi del Novecento, poteva venir fraintesa o ignorata. Uno tra gli esempi più celebri esempi è l’atto del marinaio de “La corazzata Potiemkin” (1925, Ejzenstadt) che scaraventa rabbioso un piatto per terra per farlo a pezzi: è infatti possibile notare come il giovane alzi il piatto prima alla sua sinistra, poi di nuovo alla sua destra e, con troppa enfasi, getti infine il piatto.

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E, a differenza di quanto si possa pensare, questo genere di racconto “ridondante” (come alcuni, con pressapochismo, criticano) lo ritroviamo in un film di soli vent’anni fa, ovvero in “Jackie Brown”, sempre di Tarantino, dove la scena dello scambio di denaro al centro commerciale è ripetuta per tre volte diverse dai tre personaggi coinvolti; e risulta tutt’altro che ridondante, considerato che il punto di vista dei protagonisti cambia dall’uno all’altro, arricchendo la trama con piccoli e significativi accorgimenti.

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E, per ultimo, arriviamo ad alcune strategie di regia che permettono lo sviluppo di altrettanti modi di rappresentare lo spazio-tempo sul grande schermo. Qui vi propongo alcuni esempi, anche se ce ne sono davvero un’infinità:

Long-take“: si tratta di una ripresa in continuità che tuttavia, da sola, non esaurisce un’intera sequenza. La ritroviamo nella scena iniziale de “L’infernale Quinlan” quando il regista sfrutta questa tecnica per enfatizzare la suspense legata all’attesa esplosione della bomba nascosta nell’auto dei protagonisti.

Ellissi: permette di contrarre o saltare interi archi temporali, fornendo allo spettatore informazioni riassuntive (spesso grazie a sovrimpressioni). Una celebre ellissi è questa breve scena tratta da “Salvate il soldato Ryan” (1998, Spielberg) dove si vede chiaramente il soldato Ryan che, in pochi secondi, diventerà un reduce di guerra.

Slow-motion: favorendo la durata del tempo del racconto a quello della storia, rende le scene al rallentatore sempre al fine di sottolineare certi passaggi narrativi. Impossibile non citare la scena di Matrix (1999, Wachowski) dove Neo, protagonista, schiva le pallottole.

A cura di Luca Mannea

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