IL LAVORO DI VIVERE

547

A cura di Elena Motta

Spesso il male di vivere ho incontrato” scrive Montale nel 1925 ed è il male di vivere a tenere svegli in una notte di pioggia Jona e Leviva, sposati da 30 anni e protagonisti di questa tragicommedia.Scritto dall’autore israeliano Hanoch Levin, diretto da Andrée Ruth Shammah ed interpretato da Carlo Cecchi, Fulvia Carotenuto e Massimo Loreto, “Il lavoro di vivere” è in scena al Teatro Franco Parenti sino al 21 dicembre. Nessun palco, nessuna platea tradizionale. Un letto matrimoniale su un piano inclinato, finestre a tratti aperte e a tratti chiuse, spettatori che spiano la scena dai lati a ridosso degli interpreti, testimoni dell’azione che ne diventano protagonisti.

 

Jona ha circa sessant’anni, sente il peso di una vita indesiderata sulle spalle e lo scarica brutalmente, in un flusso di coscienza, sulla moglie Leviva che gli dorme accanto. È colpa sua secondo Jona. È stata la moglie ad imprigionarlo in una vita così diversa da quella che aveva immaginato; se ne era accorto subito: era bastata la prima notte di nozze a rendergli evidente la bassezza che la vita gli avrebbe riservato per i prossimi 30 anni. Adesso è stufo, dice. Se ne va. La lascia. Dopo una vita di menzogne è arrivato il momento della verità: prepara le valigie nella illusoria convinzione che, lasciata quella stanza, abbandonata quella casa, avrebbe trovato la Vita vera lì fuori, da qualche parte.

Una moglie inizialmente incredula, ingiustamente simbolo del fallimento del marito, tenta una riconciliazione. Propone soluzioni per riempire di bellezza e spiritualità questa convivenza svuotata, o forse mai riempita. Asseconda il marito nella sua disperazione, nel rimpianto e nella paura della morte. Fino ad un certo punto. Fino al punto in cui si ribella, in cui tutto il non detto esplode, anche per lei, nella disillusione. “Se il mio mondo è una pozzanghera, io in questa pozzanghera ci ho investito la vita”, commenta. Una donna che accusata di pochezza e superficialità, chiamata “stupido animale” dal suo compagno di vita, si difende, pur non facendosi mancare attacchi e colpi bassi a sua volta, dietro allo scudo dell’umiltà e dell’onestà.

La luce accesa nel cuore della notte suscita la curiosità di un terzo personaggio, Gunkel. Giunto alla loro porta in cerca di un’aspirina e di qualcosa di caldo, nasconde dietro questa scusa la consapevolezza della solitudine, è un corpo estraneo contro cui i due coniugi lottano, incredibilmente, uniti. È sufficiente che Gunkel se ne vada per far ricadere l’uomo e la donna nella loro paradossale allegra disperazione.

È la sensazione che la vita sia altrove la protagonista dello spettacolo. L’insoddisfazione del presente, l’illusione di un futuro diverso, la disillusione che invade la scena nel momento in cui Jona rivolto alla moglie afferma di voler vivere “né con lei, né senza di lei”. È una disperazione allegra e sarcastica che suscita nello spettatore una sensazione di tristezza paradossalmente divertita, ma anche una consapevole empatia con i protagonisti.

 

 

 

Commenti su Facebook