Il Labirinto del silenzio: la coscienza delle responsabilità

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“Signorina, le dice niente la parola Auschwitz?”

“No”

È questo lo scandalo denunciato da Giulio Ricciarelli. Il regista, nato in Italia ma cresciuto artisticamente tra i tedeschi – motivo che rende ancor più significativa la sua opera – ci porta nella Germania del 1958, dove la più grande atrocità della storia è caduta nell’oblio, semplicemente taciuta o disconosciuta. Il Labirinto del Silenzio è una lotta contro la mistificazione, un modo di fare fin troppo sottovalutato che da sempre offusca gli scheletri più nefasti dell’agire umano. E lo fa attraverso lo sguardo di un portabandiera di quella società ignorante, un giovane avvocato dalla chiara integrità morale ma dalle conoscenze ancora troppo immature. Ma Johann – questo il nome del protagonista – decide di non tapparsi le orecchie, di non abbracciare il negazionismo che dilaga nel suo edulcorante Paese ma di indagare, di esplorare per la prima volta quel labirinto in cui nessuno ha il coraggio e la dignità di perdersi.

Non ci sono violenze, uniformi, camere a gas o corpi straziati lasciati a morire nel fango. Non è il classico film che riprende vivide immagini degli orrori della guerra, quanto piuttosto un thriller, anzi un poliziesco, architettato ad arte per riuscire a raccontare e coinvolgere senza che nessuno dei personaggi messi in scena delinei veramente qualcosa di completo. È una narrazione sotto traccia, ma non per questo meno potente nella segretezza del suo velato rispetto. Quindi niente fotografie, ricordi manifesti o descrizioni sofferte da mostrare crudamente al pubblico, il quale può soltanto percepire da lontano i lasciti di quel dolore atroce che non può e non deve essere realmente superato in un così breve tempo. Ed è un film assolutamente innovativo, perché sceglie di raccontare un momento del tutto ignorato: l’attimo in cui la Germania inizia a prendere coscienza delle proprie responsabilità.

La chiave di lettura è l’indignazione, quel sentimento potente che dovrebbe guidare la mente e il corpo di ogni individuo nel momento in cui si trova di fronte ad una rivelazione di ingiustizia e crudeltà. Peraltro, nel contesto contemporaneo, Ricciarelli propone un tema portante attualissimo che sfocia nell’accusa nei confronti della disinformazione e della sempre più diffusa superficiale tendenza moderna di appropriarsi di opinioni altrui senza verificarle, capace di creare mostri certi di una coscienza santificata. Una vigorosa trasposizione in grado di acquisire valore anche nel presente momento storico, dunque, un memorandum volto a sottolineare l’importanza di acquisire una visione critica della realtà. Ma anche un esame di coscienza sulla forza del libero arbitrio, un attacco alla vile e futile giustificazione del non avevo scelta. Perché non conta nulla – dirà Johann – pagherai comunque il giusto prezzo, perché non sono solo gli Eichmann e i Mengele, perché un ingranaggio funziona soltanto se tutte le rotelle rimangono al proprio posto, e anche una vite può fare la differenza decidendo di scomparire.

Certo, non mancano elementi superflui o non all’altezza dell’insieme, come i rimandi onirici del protagonista – modo davvero pessimo di enunciarne il coinvolgimento psicologico – o la consueta vicenda sentimentale incastrata tra un’indagine e l’altra, che non sono altro che un desiderio di spettacolarizzazione probabilmente dettato dalle esigenze attuali. Salvo questo, la vicenda si intreccia degnamente senza tralasciare una sottile evoluzione psicologica dei personaggi e dell’anima della città, sospinta dalla quotidiana disumanità che irrompe improvvisamente in tutta la sua concretezza una volta squarciato il velo di Maya e, finalmente colta nella sua reale essenza, diventa la matrice di un cambiamento totale della visione del mondo di Johann (e non solo), fulcro di un processo di formazione che lo vedrà scoprire per la prima volta l’esistenza di una vera coscienza del tutto personale, fino a portarlo all’estremo di un assoluto rifiuto del prossimo, in un moto perpetuo che alterna rabbia, sete di giustizia e rassegnazione. Il tutto con un solo obiettivo: imprigionare il silenzio dietro ai battenti chiusi della porta dell’oblio; usare la sua stessa arma, ma girare la chiave e raccontare a tutti la verità.

A cura di Federico Lucchesi

 

 

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