Dopo il successo della scorsa edizione, torna per il secondo anno consecutivo al Teatro Franco Parenti il Percorso Dostoevskij, quattro spettacoli per riscoprire l’opera del grande scrittore russo, e riscoprirsi attraverso essa. A dare il via alle danze, Il giocatore, in scena fino al 4 febbraio nell’adattamento curato da Vitaliano Trevisan per la regia di Gabriele Russo.

Cos’è:

Nell’ottobre del 1866, oberato dai debiti di gioco, pressato dall’editore cui un anno prima, a fronte di un anticipo, si era impegnato a cedere per nove anni i diritti delle sue opere a meno di consegnarne una inedita entro il novembre 1866 e con ancora solo l’idea di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo scritto, Dostoevskij si era ormai rassegnato alla rovina. Convinto da un amico a provare comunque l’impresa avvalendosi dell’aiuto di una stenografa per velocizzare la stesura del libro, lo scrittore terminò Il giocatore in soli 28 giorni e pochi mesi dopo convolò a nozze con quella stessa stenografa, Anna Grigor’evna, riuscendo poi a uscire, grazie al suo supporto, dalla schiavitù del gioco.

A Roulettenburg, fittizia città tedesca, Aleksej Ivànovic (Daniele Russo) è precettore presso la famiglia di un vecchio generale (Marcello Romolo) e innamorato della di lui figliastra Polina (Camilla Semino Favro). Attorno alla loro casa ruotano le figure di Mademoiselle Blanche (Martina Galletta), giovane francese dai discutibili costumi (a livello di vestiario e non) di cui il generale è invaghito, e del Marchese des Grieux (Sebastiano Gavasso), francese charmant promesso di Polina dal quale dipendono le sorti dell’intera famiglia, avendo questo ipotecato una grossa parte del patrimonio del generale. L’unica possibilità per sbloccare la situazione risiede nella morte della baboulinka (Paola Sambo), la ricca nonna di Mosca che si presenta invece in perfetta salute a Roulettenburg, dove cade vittima della malia del gioco rovinando così il suo destino e quello dell’intera famiglia. Aleksej riesce dunque a vincere una grande somma di denaro per aiutare Polina ma questa, credendolo vizioso, fugge a rifugiarsi dall’amico Mr. Astley (Alfredo Angelici). Aleksej si lascia dunque convincere da M.lle Blanche a recarsi a Parigi, dove cade in disgrazia sperperando tutti i soldi accumulati. Lì i due vengono raggiunti dal generale che, essendo entrato in possesso di parte dell’eredità rimasta della nonna nel frattempo deceduta, riesce finalmente a sposare l’arrivista amata. Rimasto solo e in rovina, Aleksej riceve la visita di Mr. Astley, venuto su richiesta di Polina a rivelargli che ella era sempre stata innamorata di lui: nell’andarsene gli consegna del denaro, lasciandolo a decidere se usarlo per raggiungere l’amata, o se sperperarlo invece alla roulette.

Com’è:

L’adattamento curato da Vitaliano Trevisan unisce realtà e finzione, in un sovrapporsi di piani che fonde le figure dell’autore a quella del suo alter ego, Aleksej Ivànovic. La trama si dipana in un continuo alternarsi di momenti di drammaticità e di commedia, in cui il “gioco” veste i panni dell’antagonista, se non del vero protagonista, una belva pronta a sfruttare ogni minimo momento di debolezza per tramutarlo in vizio, trascinando anche i più forti nella spirale della rovina. È in questa continua tensione tra la forza ineluttabile del gioco e la volontà dei singoli, mai “volitiva” a sufficienza per resistere all’attrazione del rischio, che risiede la tragicità di un’opera che Dostoevskij ha redatto quale vero e proprio catalogo delle varie tipologie di giocatori, e che sembra sospendere il giudizio lasciando allo spettatore la decisione se condannare la debolezza morale dei protagonisti, o compatirne la sorte avversa. E d’altronde è la scenografia stessa a rendere l’idea che sia un destino superiore a governare il mondo,  trasformando la scena in un diorama all’interno del quale i personaggi alternano momenti di movimento ad altri di immobilità, come marionette mosse dal fato. E se nella finzione letteraria l’autore prospetta un mondo in cui nemmeno i più nobili sentimenti riescono a essere garanzia del lieto fine, l’escamotage con cui Vitaliano Trevisan sovrappone i due piani dimostra che, delle volte, la realtà può superare la fantasia, assicurando così al pubblico il sempre benaccetto happy ending.

Perché vederlo:

Letteratura russa: il pubblico si divide tra i pochi che ne comprendono la portata, i molti che russa-no solo a sentirla nominare, e chi ne ostenta una conoscenza costruita a suon di Wikipedia per impressionare il malcapitato interlocutore di turno. Pochi libri come quelli appartenenti a questa categoria mi hanno tentato a contravvenire al diktat che mi auto-impone di non saltare le pagine: metterli in scena comporta dunque una grande responsabilità da parte degli attori, chiamati a veicolare in forme non verbali le centinaia di pagine occupate da riflessioni e descrizioni, ma permette anche allo spettatore di riscoprire una dinamicità nelle trame che una lettura superficiale forse non sempre consente di cogliere. E dopo averlo visto a teatro, magari vi verrà voglia di andare a togliere Il giocatore da sotto la gamba di quel tavolo che traballa.

da Fëdor Dostoevskij
adattamento Vitaliano Trevisan
con Daniele Russo, Marcello Romolo, Camilla Semino Favro, Paola Sambo, Alfredo Angelici, Martina Galletta, Alessio Piazza, Sebastiano Gavasso
regia Gabriele Russo
scene Roberto Crea
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
movimenti scenici Eugenio Dura
Coproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Catania

A cura di Claudia Tanzi

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