ON STAGE – IL DIRITTO DI FEDRA

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A cura di Marina Bertolini e Claudia Tanzi

Parlare dell’oggi con le parole di ieri. La grande tragedia greca nasce come strumento di indagine sul presente, e a questo stesso fine tende l’adattamento moderno studiato da Eva Cantarella, che trasforma un’opera corale in un monologo in forma di flashback.
Una macchina lanciata a velocità folle su una strada a picco sul mare; un camion; lo schianto e la fatale caduta. La sequenza finale della Phaedra di Dussin, rivisitazione cinematografica del mito degli anni ’60, introduce alla scena in un’atmosfera soffusa, resa quasi trasognata dal velo calato a separare una magnifica Galatea Ranzi dagli spettatori. In questo contesto prende forma il sogno d’amore rievocato dalla protagonista, che tramite sequenze video di ispirazione hitchcockiana che intervallano il monologo assume a tratti le tinte fosche dell’incubo. Dagli anni ’60 riemerge Fedra stessa, che di quella decade si fa interprete vestendo i panni delle grandi dive del passato: calca il palcoscenico tra il mormorio indistinto di una folla senza volto e i flash dei fotografi, spogliandosi del trench scuro e dei grandi occhiali da sole – un po’ Audrey Hepburn, un po’ Jacqueline Kennedy – come a “spogliarsi” delle convenzioni sociali.
Solo allora, vestita semplicemente, mette a nudo la sua anima, il suo dolore lacerante, davanti ad un pubblico guardone e confessore allo stesso tempo. Senza chiedere perdono ma semplicemente rivendicando un diritto ormai perduto ad amare, e quindi a Vivere, Fedra espone la sua vita, o non-vita, per cui l’unica degna conclusione può essere solo la morte. La passione impossibile e vietata dalle convenzioni l’ha posseduta ma la libertà è stata effimera ed è finita troppo presto.
Fedra si erge dunque a paladina del diritto di scegliere nonostante i vincoli familiari, nonostante il buoncostume e la morale comune, nonostante le differenze d’età, nonostante la propria iniziale reticenza e il proprio sgomento, nonostante tutto; e ne esce sconfitta. La società della vergogna in cui vive, oggi come 2400 anni fa, non ammette deroghe e il mito, cristallizzato da Euripide, dimostra come le vicende umane, pur col trascorrere del tempo, seguano sempre gli stessi binari.
E forse, a farci apparire la storia anche un po’ nostra, non sarà tanto il fatto che il mito greco fonda la società occidentale, quanto il riconoscere che i cambiamenti sono più apparenti che sostanziali e la sfida delle convenzioni è solo realizzata con armi diverse. Insomma, “nihil sub sole novum”.

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