IL CORAGGIO DI ADELE

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A cura di Claudia Tanzi e Alessandra Quintavalla

“Niente succede all’improvviso, perché niente succede improvvisamente: c’è sempre un pretesto”. Sul palco del Franco Parenti va in scena Il coraggio di Adele di Giampiero Rappa, dal 18 al 30 novembre, dove ciò che non avviene, appunto, all’improvviso è un incontro: quello tra Adele e Lucas. Il pretesto? Una guerra.

La guerra è una dimensione senza tempo. È un infinito rinchiuso nell’angusto spazio di un rifugio, generatore di emozioni troppo forti per poter essere confinate alle poche righe di una pagina di taccuino. Adele scrive comunque perché ha paura di dimenticare. Adele ama i girasoli. Lucas è ferito, ha bisogno di lei. Quando delira dice sempre le stesse tre parole: mamma, acqua e il suo nome. Lucas è un fotografo, scatta le foto ed è come se baciasse una donna. Sopra di loro, ci sono le bombe. Entrambi si trovano costretti a condividere un luogo abbandonato dai colori, dove tutto, anche gli esseri umani, si uniforma a tonalità neutre e senza luce. Ma proprio in quanto privo di determinazioni assurge a paradigma universale, ad indicare ogni conflitto e nessuno allo stesso tempo: perché la guerra è solo guerra, ed è sempre uguale a sé stessa, così come lo è l’umanità che Adele arriva ad odiare.

In questo dramma è contenuto tutto questo. Ogni cosa diventa importante, indispensabile, e va a finire dentro un incontro che è vero, primitivo, e senza barriere alcune; almeno dopo l’inizio. Un inizio che forse non è mai potuto cominciare, poiché è il tempo ad impedirlo. La finzione non esiste: tutto ciò che avviene è semplicemente reale. Il rapporto tra i due protagonisti sembra quasi intrecciato: un “odi et amo”, condito da accenti ironici, tragicomici forse, date le circostanze. Un uomo e una donna, Adamo ed Eva, l’Uomo e la Donna per definizione. Una coppia che dal troppo scontrarsi finisce per innamorarsi.

La scenografia lascia spazio alle parole che stimolano la più concreta immaginazione. La luce cambia la scena e accompagna gli attori durante il loro personale percorso dentro la storia. È grazie alla loro bravura, quella di Filippo Dini (Premio le maschere del Teatro) e Arianna Scommegna (Premio della Critica 2010 – Premio Hystrio 2011) che anche il pubblico può essere trasportato lì, entrare con loro in quella baracca, al freddo, tra la paura e la speranza, tra la passione e l’animalità.

Come si entra, dalla baracca si esce, sbucando in una quotidianità nuova: è dello spettatore il compito ultimo di decretare il futuro: se le emozioni riusciranno a stabilizzarsi in sentimenti profondi o meno. A ciascuno l’ardua sentenza, nel frattempo l’eredità che resta è un girasole.

 

 

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