IL BONAMI DELL’ARTE, INCONTRI RAVVICINATI NELLA GIUNGLA CONTEMPORANEA

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A cura di Chiara Cecchi e Claudia Tanzi

Uno dei critici e curatori più autorevoli e ricercati nel panorama internazionale, Francesco Bonami ha saputo aprire le porte dell’arte contemporanea con la leggerezza che consente di squarciare l’alone di mistero che da sempre circonda e allontana da questo mondo, pur senza profanarne l’aura sacrale. Attraverso un’incalzante rassegna di oltre sessanta incontri, il lettore è introdotto in una galleria di ritratti dipinti con tratti vibranti e parole essenziali, alla ri-scoperta di artisti, mecenati e collezionisti, tra idee strampalate, fissazioni, manie e divergenze di opinione. Una fugace esplorazione della “giungla” dell’arte contemporanea e degli esemplari che la popolano, dalla cui lussureggiante vegetazione non si può riemergere che con un sorriso.

 

-Lei è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e i suoi inizi di carriera sono segnati da alcuni tentativi in campo artistico. Pensa che il suo percorso professionale avrebbe avuto un seguito o degli esiti diversi se si fosse approcciato all’arte dal punto di vista meramente storico?

Se avessi fatto storia dell’arte avrei probabilmente intrapreso un percorso totalmente diverso. Io non sono un buon esempio per la formazione, perché ho studiato negli anni ’70 quando si studiava poco e si improvvisava molto di più. Sembra strano ma a diciotto anni volevo veramente fare il taglialegna! Considerando però quella che era la situazione in Italia, dove una famiglia della media borghesia spingeva i propri figli ad iscriversi all’università, indipendentemente dalla facoltà, così feci anche io ed iniziai a studiare il cinese a Ca’ Foscari. Tutta la mia carriera successiva si è composta da vari tentativi, che poi sono andati in porto e in questo sono stato anche fortunato. Sicuramente l’ignoranza mi ha aiutato. Non conoscere certe cose me ne ha fatte scoprire altre e mi ha fatto prendere delle decisioni che se avessi avuto una formazione più canonica magari non avrei preso oppure avrei affrontato in maniera diversa. Se c’è un metodo che consiglio a tutti? Questo non so dirlo, l’unica cosa che posso consigliare è di tentare di realizzare le proprie idee tenendo presente di poter andare in contro anche a delle critiche.

 

– Come mai ha deciso di dare un taglio molto colloquiale e informale ai suoi libri, è una scelta dettata da una sua propensione naturale oppure da altri tipi di esigenze, di divulgazione? 

Io sono così, non sarei in grado di scrivere un libro impegnato, questo è lo stile che più mi si addice, è ciò che so fare. Se posso darvi un consiglio, come studenti fate quello che vi piace e che sentite di poter fare bene, anche se all’inizio non pensate possa andare a buon fine. Io ho cominciato a scrivere questi libri non pensando che avrebbero avuto successo; in questo ambito sono stato aiutato dalla mia esperienza in America (e non sto dicendo di andare negli Stati Uniti) dove ho imparato a pensare e ad esprimermi attraverso la scrittura nel modo diretto e immediato tipico degli americani.

 

 

 

 

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