I PILASTRI DELLA SOCIETÀ

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a cura di Alessandra Quintavalla

“Per capire se uno spettacolo è riuscito ad entrare nelle persone, io guardo sempre se quando escono 
da teatro hanno il sorriso”. Così ci dice un uomo anziano, forse senza tetto, all’uscita del Piccolo Teatro Strehler. Quel sorriso noi, ce l’avevamo.

“I pilastri della società” di Henrik Ibsen è un testo che non è di un tempo, ma di tutti i tempi. La rappresentazione di Gabriele Livia lo dimostra senza lasciare alcun dubbio. Siamo a fine Ottocento e il dramma è spaventosamente contemporaneo. Il console Karsten Bernick, interpretato dal regista, è la figura più illustre e potente della città. Infatti è a lui che si deve il benessere, la crescita e tutta la prosperità che essa possiede. Egli vive la sua vita ossessionato da cosa diranno i giornali e la gente, non si preoccupa delle sue azioni ma solo di come queste appariranno. Pensa al denaro e al prestigio che offre, dimenticandosi del suo passato che invece torna; e lo fa nelle vesti di Johan e di Lona, rispettivamente fratello e sorellastra ribelle di sua moglie Betty. Il passato lo segue forse per distruggerlo, insidiando nel suo animo un dubbio che sarà vitale: “La libertà può nascere della menzogna?”.

La storia portata sulla scena ha come maggiore pretesa quella di mescolarsi con la realtà, rimanendo fedele al proprio tempo e al proprio luogo, senza bisogno di fingersi accattivante per esserlo. I personaggi, attraverso una recitazione a dir poco smagliante, trasmettono con forza l’inquinamento morale, politico e sociale lasciando poco spazio all’immaginazione. Per questo sono veri. Fragili. “Desidero cose grandi, importati e nuove” dice Dina – la figlia della donna sedotta dal Console e poi morta di dolore – mentre suona il pianoforte. “La novità vuol dire spesso corruzione” afferma sempre Bernick e i suoi colleghi del potere. Per essere perfetto in questa società bisogna essere “bassi, mediocri e volgari”, crede Bernick. Invece Lona è convinta che ognuno debba essere soltanto ciò che è. L’anima non merita di essere distrutta dalla falsità, altrimenti può diventare doloroso portarla in giro.

La scenografia ed i costumi forniscono un solido ed incantevole sostegno all’opera. Un salotto impreziosito da eleganti tappeti e poltrone di velluto rosso, si presenta come un microcosmo in grado di separare i suoi ospiti dal mondo esterno. Da li si possono solo udire tante voci lontane, a volte sconosciute. Basta salire qualche scalino per guardare fuori dalla grande vetrata il circo, le persone comuni e le navi che vanno e che tornano dall’America; di cui tutti parlano, ma che in pochi conoscono. L’America è così amata e così temuta in quel salotto. Come lo sono anche gli scandali che le signore tengono a bisbigliare prima di bere il caffè. Infine c’è il giardino che forse per mezzo del suo vento nasconde tante confessioni… L’oscurità nella luce e piccole candele nel buio creano un equilibrio davvero intrigante che racconta insieme agli attori. Essenziale per la buona riuscita dello spettacolo è anche la musica che a volte fa saltare dalla poltrona e a volte accarezza la pelle. Anch’essa può narrare e lo fa.

Piacevolmente sorpreso rimane poi il pubblico quando quasi alla fine viene coinvolto in un “manipolato” scambio di ruoli.
Lo spettatore incredulo si ritrova improvvisamente ad applaudire non più alla “finzione”, ma al Console che presto darà vita ad un appassionato, ironico e carismatico discorso a beneficio dei suoi cittadini. Una scelta abile che permette un’immedesimazione ancora più maestosa. “Libertà e verità congiunte nello stesso concetto – scrive Gabriele Lavia – Nessuna verità senza libertà. Nessuna libertà senza verità.”Questi sono i veri e unici pilastri su cui una società deve essere fondata. La falsità, l’ipocrisia sono fondamenta sbagliate. E lo sono perché la rendono schiava come Bernick. C’è però un terzo pilastro che qui viene suggerito a voce alta: le donne. Forse “le donne” hanno meno paura di essere annientate dalla verità perché permettono meno di farsi rapire dalla corruzione e dal fascino del potere. Barattano con più resistenza la purezza della propria anima. Forse.

Andare a vedere questo spettacolo potrebbe essere un piccolo ma utile contributo per far del bene a questa società. Per iniziare, o meglio, continuare a raccontare storie basate sui veri ideali, nei quali credere e grazie ai quali poter sopravvivere.

“I pilastri della società”. Fino al 6 aprile al Piccolo Teatro Strehler, Milano.

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