House of Cards: aridateci trump

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Con tempismo perfetto, tra una sparata populista di Donald Trump e il duello a colpi di meme tra Sanders e la Clinton sui vari social, giunge tra noi la quarta stagione di House of Cards, serie tv che, oltre ad essere già un vero e proprio cult televisivo, ha spesso predetto indirizzi politici e a causa della stretta attualità delle tematiche trattate, al punto da far sorgere il dubbio sui confini di finzione e reale.

Se l’ultimo atto aveva fatto storcere il naso agli appassionati e al contempo stupito, per l’inatteso annuncio di separazione della First Lady dopo anni di battaglie (politiche e non) accanto al marito, questo nuovo appuntamento appare decisamente meno interlocutorio. Frank Underwood si trova in una posizione piuttosto scomoda e difficilmente invidiabile: oltre all’agguerritissima e integerrima rivale democratica Heater Dunbar dovrà far fronte al candidato repubblicano, il premier-bimbominkia William Conway, ex marine (arruolatosi dopo l’attacco terroristico alle Twin Tower), completamente a suo agio nell’utilizzo dei social network e con il vizietto del selfie facile. In questo scenario drammatico fanno capolino anche vecchi spauracchi del passato, a cominciare da quel Lucas Godwin che gli sceneggiatori non si sono affatto dimenticati e che si rivelerà suo malgrado artefice delle sorti del presidente.

Che dire poi delle interpretazioni? Robin Wright conferisce al suo personaggio un tormento interiore e una profondità psicologica notevole, che unita al suo fascino mature, rende unico e difficilmente imitabile il personaggio di Claire Underwood, sempre in bilico tra fame di potere e crisi di coscienza; la performance dell’attrice si è estesa anche dietro la macchina da presa, con risultati sorprendenti: sono sue le puntate più intense, piene di pathos, con controcampi e primi piani dosati con maestria.

Su Kevin Spacey si è già detto abbastanza, anche in questa stagione il suo personaggio è riuscito a superare tutti i record nel ranking della stronzaggine, tuttavia, per qualche strano e incomprensibile motivo, restiamo incollati allo schermo a fare il tifo per lui, nonostante nella realtà odieremmo un satrapo manipolatore come lui; peraltro è ritornata la sua vecchia e gradita abitudine di dialogare in prima persona con lo spettatore.

Tra colpi di scena (più o meno forzati) e affinità con la politica di tutti i giorni (terrorismo, demagogia, utilizzo strategico della stampa) House Of Cards conferma i suoi punti di forza e sembra non annoiare, a tal punto che la quinta stagione è stata già confermata dai produttori. Noi non stiamo già nella pelle e voi?

A cura di Valerio Giannetto

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