HEDDA GABLER

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A cura di Claudia Tanzi e Antonella Tolentino

Hedda Gabler, in una sola immagine, è una coppia di divani grandi e apparentemente comodi, incorniciati da mazzi di fiori variopinti immersi in molteplici ampolle per pesci rossi. Un salotto borghese dunque, a prima vista confortevole ma che, ad uno sguardo più attento, già rivela i primi segni dell’oppressione e del non sense. I personaggi ibseniani – che l’abile regia di Cristina Pezzoli fa rivivere sul palco del Teatro Libero (fino al 28 aprile)– sono pesci rossi che si aggirano ciascuno nella propria “boccia esistenziale”, spesso in modo inconsapevole e, per questo, tragicamente ridicolo.

Su tutti campeggia la figura perturbante e anticonformista di Hedda: novella sposa del bizzarro e inconcludente Tesman, cui si è legata solo per ragioni economiche, la figlia del Generale Gabler si dibatte in un mondo che le va stretto, dimostrandosi ora gelida e altezzosa, ora passionale e fragile. Hedda prova disagio dinanzi alla volgarità e alla grettezza del microcosmo in cui vive: è disgustata dal marito infantile e irresoluto, così come dalle avances dell’Assessore Brack e dall’ingenuità di Thea, musa di Lovborg, unico uomo degno del suo rispetto e del suo amore. Lovborg, scrittore tormentato e di successo, in effetti l’unico personaggio in grado di esprimere liberamente e consapevolmente il proprio impulso vitale, rappresenta quindi tutto quello che Hedda vorrebbe essere. Vorrebbe, ma non può, perché se Lovborg le appare “luminoso come un dio”, lei è invece paralizzata in una spirale di follia che è come il dibattersi inconcludente di un pesce: la tensione verso la libertà da un lato, la paura per il pubblico scandalo dall’altro.

È un ideale di vita astratto e deviato dalla realtà, quello cui ella, novella Tantalo schiava delle convenzioni per sua stessa decisione, anela senza sfiorare in una tensione mai finita. È l’eroismo dei falliti che sfoga il proprio orgoglio e cerca una rivincita nel contraddire chi in quell’ambiente medio borghese sguazza a suo agio: “spararsi, queste sono cose che si dicono, ma poi non si fanno!” dice l’Assessore. Nel momento in cui però la parola prigionia rischia di volgersi al plurale divenendo, oltre a quella autoimpostasi, assoggettamento verso un altro essere umano o, a lei la scelta, in una prigione fisica, la morte diviene al contempo l’unica via di fuga e  l’occasione di mostrare quel coraggio che non si trova per e nella vita.

Un classico percorso e ripercorso, che trova nella sua sorprendente attualità la forza e l’attrazione che continua a suscitare nel pubblico di ogni epoca. Scelta voluta, dunque, quella di lasciare scenografia e linguaggio immutati, a esprimere tutto il male di vivere della fine di un secolo. Anche per questa volta non sarà certo la data di nascita anagrafica della protagonista ad impedirci di vedere noi stessi riflessi in lei come nell’acqua di una boccia.

 

 

 

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