HEARTBREAK HOTEL-PRIMO SOGGIORNO

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A cura di Claudia Tanzi

“You make me so lonely baby/ I get so lonely/ I get so lonely I could die” cantava Elvis nel 1956. La stessa solitudine che oggi conduce all’affollato HeartBreak Hotel: qui un posto per tutti i dolori e per tutte le solitudini non manca mai.

Quella di Veronica e Brad, in particolare, è una solitudine di coppia: quella che trae dall’ossimoro della compagnia tanta più forza subdola e dolorosa. Accade quando si è in due, ma i pensieri non sono più sincronizzati: e allora non si progetta più di trasportare in elicottero da New York a Verona un’improbabile imitazione di Spritz, imbevendone un rotolo di carta igienica da strizzare poi nella città della coppia per antonomasia. La routine “non bussa, lei entra sicura, come fumo lei penetra in ogni fessura” (al modo che per De Andrè era proprio della Primavera alias dell’Amore), frapponendo tra le parti un muro fatto di auto nuove, escrementi di piccione, contratti di lavoro e amicizie banali. Allora è come se la lancetta perdesse un secondo, il cuore un battito, e senza sapere come ci si ritrova a correre su due binari paralleli. La comunicazione è interrotta, il filo spezzato. I presupposti sono così posti, ma un unico diktat è la reale condizione di accesso all’HeartBreak Hotel, luogo metaforico situato “dall’altra parte del lago”, emblema di una diversa prospettiva da cui osservare la propria condizione. Un unico imperativo morale che non è il silenzio dopo la mezzanotte, dato che è capodanno e che comunque la musica, al pari delle luci, è percepibile solo da chi nella coppia più si scaglia contro il muro di tenebre e di silenzioso non-detto. “Il dolore non va fuggito. Va attraversato”, solo così il filo può essere ricostituito e tornare a unire due tazzine, due bicchieri, due parti complementari. Perché quello del telefono senza fili sarà pure solo un gioco, e il fatto di crederci non cambierà questa verità, ma può comunque rappresentare il punto di partenza per un nuovo inizio.

In questo primo esperimento teatrale della compagnia Snapuraz ad essere abbattute non sono solo le pareti: anche la scena è riportata al livello degli spettatori, perché in fondo sono le sofferenze e le difficoltà di ognuno le vere protagoniste, e chiamano in causa ognuno di noi. L’andamento della narrazione visiva procede per sequenze paratattiche ed è reso suggestivo dalle note di una musica che, suonata al momento, si fa presenza viva.

L’HeartBreak Hotel è come la montagna per Maometto: o ci andate voi, o verrà lui. Fino al 26 aprile si è stabilito al Teatro Litta, prima tappa di un lungo quanto imprevedibile viaggio…

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