Harper Regan: la recensione

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Siamo andati a vedere Harper Regan, la nuova produzione di Elio De Capitani sull’iper-premiata sceneggiatura del drammaturgo inglese Simon Stephens, in scena al Teatro Elfo Puccini fino al 6 marzo e… Questo è quello che ne pensiamo!   

Carlo: Riprodurre il dinamismo e l’immediatezza dei film di Scorsese, questo l’intento con cui Simon Stephens ha cominciato a scrivere per il teatro. E proprio il tentativo di riavvicinare al palcoscenico quel pubblico infastidito dall’autoreferenzialità di produzioni elitarie è la caratteristica comune a tutti gli autori della corrente letteraria che a partire dagli anni ’90 ha preso piede in Gran Bretagna e a cui la critica ha dato il nome di In Yer Face.

Così come colpisce certamente dritto in faccia la spietatezza dei personaggi che popolano la scena di Harper Regan.

Stephens per prima cosa ci rende partecipi della vita di una 41enne londinese per bocca del suo materialista capo, un uomo dal cinismo così esagerato da essere degno di  Kevin Spacey in House of Cards. Inizia quindi con un litigio la rappresentazione. Motivo del contendere? Per esigenze di produttività, Harper non riesce a farsi concedere un permesso per raggiungere il padre morente a Stockport, poco distante da Manchester. Sconsolata e combattuta tra la paura di perdere il proprio lavoro e il desiderio di salutare per l’ultima volta il genitore, lungo il canale di Uxbridge Harper rivolge la parola a un giovane fingendo di averlo confuso con un suo nipote.

Il divertente scambio di battute tra Tobias e Harper ci introduce a una delle tematiche principali del testo: il complesso e sempiterno conflitto generazionale che si traduce in uno scontro tra giovani incompresi e adulti sull’orlo di un esaurimento nervoso proprio perché per primi non riescono a comprendersi.

Non curante del licenziamento che sarebbe inevitabilmente seguito, dopo essersi sfogata a casa con il marito e la figlia adolescente, Harper decide di partire e di raggiungere in ospedale suo padre.

Affrontare il lutto significa addentrarsi in quello che è a tutti gli effetti l’ultimo grande tabù dell’occidente Post-Moderno: la morte. L’incontro di Harper con il corpo esanime del padre rappresenta la pretesa di Stephens di scrivere un’opera totale, che sappia toccare ogni singolo aspetto della vita dell’uomo contemporaneo compresa la sua fine.

Anche il sesso si tinge di sfumature drammatiche tra scatti pedopornogafici e tradimenti consumati nell’oscurità di una stanza di un albergo a ore.

Merita una menzione speciale l’incredibile performance di Marco Bonadei nei panni di un giornalista cocainomane nauseato dalla squallida e ripetitiva vita di provincia.

Il ritmo decisamente incalzante che precede l’intervallo determina la velocità narrativa necessaria  a intrattenere i giovani della generazione Netflix, purtroppo non altrettanto brillante il secondo tempo: complice la tarda ora l’attenzione dei presenti in sala ha cominciato progressivamente a calare.

Nel complesso ci è sembrata una prova convincente di un Elio De Capitani che ci invita, nonostante tutto, a prenderci meno sul serio e a goderci appieno ogni singolo secondo che ci è concesso su questa terra: concedendoci giorno dopo giorno sempre più sincerità. Almeno con noi stessi.

Claudia: In un ambiente asettico, tanto bianco da risultare quasi privo di confini, l’andamento della vicenda è scandito da un susseguirsi cronologico di sketch popolati da un universo di personaggi tragicomici, funzionali all’emergere e al superamento della crisi da parte della protagonista, per il tramite di un alternarsi di dialoghi permeati da un lieve humour, dispensatore di verità universali celate dietro un clima dell’assurdo.

Non è tuttavia l’assurdo del nonsense a emergere, e d’altronde non è nemmeno la semplice crisi della stressatissima donna di mezza età (se così possono essere definiti 41 anni), oberata di responsabilità nel lavoro e incompresa in famiglia, quella delineata e portata al limite estremo, l’adulterio, durante il primo atto.

È la crisi dei rapporti umani che investe la società nella forma dell’ormai abusato paradosso “la comunicazione digitale ci ha resi di fatto più soli”, e che parla a tutti noi: non altrimenti potrebbe essere spiegato il rapporto empatico che la vividezza dei dialoghi e la forza interpretativa di Elena Russo Arman riescono a stabilire con gli spettatori.

Che è poi quanto avviene in definitiva tra i personaggi stessi nel procedere della narrazione: all’incomunicabilità iniziale, quando voluta o quando frutto di punti di vista estranei tra loro, cui sono imputabili i problemi che affliggono i protagonisti, si sostituisce via via la consapevolezza mai espressa, latente, che proprio questi rappresentano una sorta di “capitale comune” degli esseri umani, dal quale discende quel sentimento di syn-patheia (il “soffrire insieme”) che vela progressivamente la scena inducendoci a guardarla attraverso il filtro dell’indulgenza.

Ma è un isolazionismo che si rivolge più verso l’interno che verso gli altri quello che si manifesta per via di sottili accenni: forse allora non è la semplice offesa di un’adolescente alla madre quel frustrato “sei un’egoista!” che Sarah grida ad Harper, se davvero l’eccessiva preoccupazione di quest’ultima per la buona riuscita degli esami scolastici della figlia ha come motivazione il rimpianto per il fallimento dei propri. Allo stesso modo la morte è portata in scena più dallo shock seguito all’accidentale caduta di un tubo che dalla reale perdita di un genitore, che, alla prova dei fatti, sembra importare solo in quanto costringe a convivere per il resto della vita con il rimorso di non aver mai saputo dire “ti voglio bene”.

Peccato tutto ciò avvenga in un secondo atto debole, nel quale il risolversi e giungere ad una conclusione della vicenda coincide con un certo melodrammatico buonismo in virtù del quale tutto viene confessato e perdonato, e che allontana la pretesa rappresentazione della realtà dalla realtà stessa, avvicinandola al più scontato happy ending di matrice disneyana. A salvarlo interviene quel certo retrogusto “bittersweet” che è dato dall’impossibilità di cancellare quanto è stato: non rimane che combattere i rimpianti a suon di sincerità, ma forse, in fondo, è meglio così: che la felicità rimanga relegata alle immagini di una vita in campagna con un bicchiere di vino in mano, là dove non può essere scalfita dal confronto con la realtà.

a cura di Claudia Tanzi e Carlo Michele Caccamo

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