HAPPY BIRTHDAY MR. PRESIDENT

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A cura di Nicolò Valandro

Non è facile parlare di Marilyn Monroe. Non è facile parlare di un fenomeno che per sua stessa natura porta a far parlare continuamente di sé fino ad esaurire qualsiasi argomento inerente, insieme all’interesse. La carriera di Marilyn Monroe sembra dirci proprio questo. “Guardatemi, guardatemi, spogliatemi con gli occhi, sono Marilyn Monroe, a me gli occhi, a me gli occhi, consumatemi fino a farmi scomparire, sublimatemi nel vostro inconscio, fino a che non sarò l’Icona Pop per eccellenza, anche quando non sarò più nulla”.

Sebbene non sappiamo se fosse questo il desiderio di Marilyn, non abbiamo dubbi sul fatto che sia stato esaudito. La letteratura nata attorno alla sua figura costituisce quasi un genere letterario a sé; una sottile linea rossa che unisce Truman Capote a Laura Palmer, Madonna alle campagne pubblicitarie della L’Oréal.

Capirete che non è così facile parlare di Marilyn senza generare sbadigli.

Non è il caso, però, di Happy Birthday Mr. President, lo spettacolo andato in scena al Teatro Libero dall’1 all’8 ottobre per la regia di Serena Nardi.

Tutto si svolge in un’unica stanza, una camera da letto per la precisione, in cui un enorme letto bianco emerge dall’oscurità che lo circonda, a poche ore dal compleanno del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy a Madison Square. Un’unità di spazio e tempo che ricorda le tragedie greche; nonostante si tratti di uno dei momenti più chiacchierati della vita della Diva, infatti, non assisteremo a nessun party galante tra celebrità e politici. Sul palco ci saranno solo Marilyn Monroe, bionda e scintillante come nelle più umide fantasie maschili, e Norma Jean Baker, il suo alter-ego castano, schietta e provinciale, unite solo dalla frattura che le separa. Un paradosso niente male. A renderlo interessante però è un aspetto per nulla secondario: Norma non incarna il desiderio di una vita tranquilla e piena d’amore schiacciata dal peso del successo e della celebrità, così come Marilyn non è l’eterna ragazzina bionda superficiale e piena di sé, o la psicotica ossessionata dalle teorie freudiane e dai disturbi sessuali. Sono fantasmi evanescenti e fluttuanti come l’immagine della Diva, di cui costituiscono i due poli principali: da un lato c’è Norma, la donna-che-fu, la vittima degli eventi dal passato solitario e infelice di cui la fama, il successo e le attenzioni di tutto il pianeta dovrebbero essere la compensazione; dall’altro c’è Marilyn, la donna che è, imprigionata in un corpo che non è il suo, per parafrasare una sua poesia, logorata dall’ansia e dalla depressione, sola nonostante qualsiasi uomo sogni di giacere con lei, una donna fragile, di una fragilità terribilmente umana.

Terzo personaggio, muto e assente per tutto il tempo, una piccola bambola di pezza dai capelli biondi rinchiusa in una altrettanto piccola gabbia bianca che ricorda vagamente un’altalena e una graziosa gabbietta per uccelli: la donna-che-non-è-stata-e-non-sarà, per l’appunto.

Sarà da questi elementi sapientemente messi in scena, con una narrazione precisa e attenta alla resa drammatica di ogni singolo gesto, che a partire da un pretesto come la preparazione per la festa imminente (una preparazione che ha tutta l’aria della costruzione del personaggio amato e odiato da tutta l’America, una ricomposizione manipolatoria dei frammenti che costituiscono la personalità di Norma-Jene-Baker/Marilyn-Monroe), assisteremo ad un conflitto tanto intenso quanto carico di significato tra ciò che si è e ciò che dovrebbe/vorrebbe essere; conflitto che nella vicenda di Marilyn Monroe si concluderà nel più tragico dei modi possibili.

Ma è proprio questo potenziale tragico che Serena Nardi e Sarah Collu sfruttano al massimo (nelle loro carnalissime e vivide interpretazioni), elevando la lotta interiore della Diva a storia universale, in cui ogni donna (e non solo) può rispecchiarsi e al contempo liberarsi, nella più efficace delle catarsi. Come dice infatti la regista: “Ho scritto questo spettacolo per le donne, per dire che la maggior parte delle volte siamo noi l’origine dei nostri problemi”.

Forse è proprio per questo che la Nardi e la Collu sono riuscite a dire qualcosa di originale su Marilyn Monroe, perché hanno lasciato che fosse lei stessa – e con lei loro – e le sue poesie (che fungono quasi da coro ad ogni atto, sottolineando questo o quel momento cruciale, offrendoci un sorprendente contrappunto lirico) a raccontare di quella frattura che si scorge in fondo al cuore di ogni donna e di ogni uomo che ha conosciuto il dolore e non ha trovato altra via di fuga che non ripiegare su se stesso, fallendo.

 

 

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