Basta chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dall’immaginazione. Basta pensare all’oro, a una cascata di oro brillante. Basta disegnare con i pensieri un corpo formoso di donna. Basta camminare con la fantasia per le strade eleganti e affascinanti della Vienna di inizio Novecento: è proprio lì che si colloca l’artista di questa settimana. Basta aprire gli occhi, ed è subito Gustav Klimt.

Per contestualizzare i lavori di questo artista bisogna tornare indietro nel tempo a più di cento anni fa quando prima la Germania e poi l’Austria stavano vivendo un periodo di grande fermento artistico: approdiamo così nel 1897 nel pieno della Secessione viennese.

Ciò che maggiormente caratterizza questo vasto movimento artistico e culturale è sicuramente la necessità di rottura e distacco che molti architetti, tra cui Olberich, Hoffmann e Wagner, e pittori, tra i quali ricordiamo oltre a Klimt anche Moser e Moll, sentivano nei confronti dei dogmi antichi e tradizionali impartiti dalle accademie. Questa rottura, appunto secessione, avverrà in maniera netta e definitiva quando il gruppo dei “rivoluzionari” si distacca dalla Scuola delle Belle Arti per formare, nel 1907, la Kunstschau.

ilbacio,klimt

Ma ciò che è necessario sapere per comprendere a pieno tutta la vicenda artistica di Klimt, è sicuramente il suo legame profondo con Vienna. Vienna non rappresentava per l’artista solo una città di residenza, ma in quegli anni, era uno dei centri culturali più floridi e dinamici, un punto d’incontro tra le personalità più rappresentative del Novecento tra i quali si distinguevano musicisti dal calibro di Mahler e Shönberg, grandi intellettuali come Freud e Wittgenstein o uomini di penna come Musil.

L’atmosfera viennese inebriava Klimt, lo ispirava e motivava a trovare un suo stile, un suo punto di vista alternativo più simile all’Art Nouvau che al gusto accademico. Klimt era un borderline, un artista che osava e sperimentava senza la paura di essere criticato o respinto. Il suo scopo di vita era l’Arte e quello che sapeva fare meglio era esprimere sé stesso attraverso i suoi pennelli:

«Sono bravo a dipingere e disegnare; lo credo io stesso e lo dicono anche gli altri, ma non sono sicuro che sia vero. Di sicuro so soltanto due cose. Di me non esiste alcun autoritratto. Non m’interessa la mia persona come “oggetto di pittura”, m’interessano piuttosto le altre persone, specie se di sesso femminile, ma più ancora le altre forme. Sono convinto che la mia persona non abbia nulla di particolare. Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni dalla mattina alla sera. Figure e paesaggi, ritratti un po’ meno. Non valgo molto a parlare o a scrivere, tanto meno se devo esprimermi a proposito di me stesso o del mio lavoro. Alla sola idea di dover scrivere una semplice lettera l’angoscia mi attanaglia come il mal di mare. Temo proprio si debba fare a meno di un mio autoritratto artistico o letterario, ma non è una grande perdita. Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio».

Klimt era un amante della Bellezza, della musica, della vita e delle donne. Le sue vicende bibliografiche, nello specifico le sue numerosissime relazioni amorose consacrate dalla nascita di quattordici figli illegittimi, si riversano sulle sue tele: la maggior parte dei soggetti ritratti dall’artista sono infatti figure femminili. Le caratteristiche principali delle sue muse però sono l’irriverenza, la lascività e l’alto tasso di erotismo che all’epoca era visto come uno scandalo da condannare.

Come lo stesso artista dichiara «Tutta l’arte è erotica» e tale concezione è ben evidente nelle forme sinuose e provocanti di molti suoi ritratti tra i quali ricordiamo Goldfish dove una fanciulla viene ritratta nuda di spalle con il sedere in tutta mostra o il Ritratto di Sonia Knips dove una donna evanescente sembra scrutare con sguardo seducente l’osservatore mentre è distesa nuda su un letto composto da tessuti colorati. Per non parlare dei capelli rosso peccaminosi che incorniciano il volto voluttuoso della Vanità nel Fregio di Beethoven.

Tutte queste donne sembrano voler provocare l’osservatore, sembrano mostrare un aspetto femminile, quello erotico appunto, quasi sempre tenuto nascosto perché sinonimo di peccato. Dall’alta parte però Klimt non si focalizza solo sull’aspetto irriverente, ma spesso dona al proprio spettatore anche quadri puramente romantici, eleganti, fieri o nostalgici come Il bacio, Giuditta I o Le tre età della donna, rappresentazioni stupefacenti di un mondo femminile intimo ma estremamente espressivo.

Disegna la donna del suo tempo, ci dona un’immagine del corpo femminile sensuale ma allo stesso tempo inquietante, peccaminosa ma anche pudica, affascinante e superba, salvezza e perdizione. Allo stesso tempo però la sradica da ogni tratto individuale e la rende eterea, trasformandola dunque in un’idealizzazione cristallizzata della donna moderna.

Klimt

Il quadro che sancirà definitivamente il suo “stile aureo” prende vita nel 1902: Giuditta I.  Con questo ritratto, rivisitazione della storia biblica di Giuditta, la carnefice del generale Oloferne, Klimt per la prima volta arriva al culmine del suo viaggio, inventandosi uno stile unico che da ora in poi non lo abbandonerà più: oro e colori brillanti, pietre incastonate e cornici inimitabili abbelliscono lo sguardo fiero di una Giuditta simbolo irruente della femme fatal.

Da questo momento in poi il suo stile diventa bidimensionale con l’accentuazione delle linee e di ampie campiture di colore vivace. L’oro diventa espressione coloristica dominante dei suoi quadri, marchio inconfondibile del suo stile.

«Non c’è nulla così speciale da vedere quando mi si guarda. Sono un pittore che dipinge giorno dopo giorno, dalla mattina alla sera: immagini figure e paesaggi, più raramente ritratti».

A cura di Alessandra Capone

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