I boriosi studenti di lettere sfidano Guido Catalano: un match imperdibile

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A cura di Nicolò Valandro 

È un’oziosa serata di Novembre. In un piccolo appartamento universitario, alcuni studenti di Lettere sono impegnati a rafforzare in ciascuno di loro il germe dell’autismo: se ne stanno rannicchiati sul divano o sulle poltroncine dell’IKEA, ognuno con gli occhi fissi allo schermo del proprio PC. Ridacchiano, ciascuno per suo conto. Uno di loro indossa pure delle antiestetiche cuffie della Bose. Ad un certo punto, il più vecchio di loro, un tesista della prima ora, chiude il suo laptop, sbuffa e sconsolato annuncia solennemente «Comunque, la poesia italiana è morta con Pascoli». Gli altri sembrano non considerare l’affermazione; si limitano ad alzare le spalle o ad arricciare le sopracciglia. Il tesista però non molla, rincara la dose «Insomma dai, è evidente che con la scomparsa del metro la poesia non può più essere tale, può essere qualcos’altro, ma non poesia: non c’è più nulla per cui si possa dire “questa è poesia” e “questo è andare a capo”». Quest’ultima frase mi suona familiare. All’improvviso, nella mia mente obnubilata dai fumi dei social network, inizia a formarsi un’immagine: due occhi piccoli e scuri, ingranditi da un paio di occhiali dalle lenti spesse, una barba folta, molto folta, capelli arruffati sulla fronte ampia, una persona di bassa statura, con la pancia da birra e l’r moscia più sensuale del mondo. «Beh, però c’è Guido Catalano…» ecco, l’ho detto, penso dentro di me, ora devo prepararmi ad un’estenuante apologia della poesia catalaniana. «Guido chi?» chiede il tesista, strabuzzando i suoi occhi da bue. «Ah, non lo conosci? È un poeta di Torino, spacca». Il tesista dagli occhi di bue sembra incuriosito. Approfitto del suo momentaneo smarrimento e mi fiondo in camera da letto per recuperare alcuni libri. Torno in salotto con una copia de “La ragazza che si baciava con i lupi” e una autografata di “Piuttosto che morire mi ammazzo”. Inizio a sfogliare i libri con l’indice. Cerco la poesia giusta, non è un pubblico facile quello degli studenti universitari – s’aspettano tutti qualche poesia importante, di spessore, che sappia guardare al futuro tenendo un piede nel passato, che faccia tremare i vari Luzi e Montale imbalsamati nelle teche dei dottorandi in Letteratura Italiana Contemporanea, e che allo stesso tempo sappia distrarli dai loro lugubri pensieri intorno alla letteratura e alla vita. Trovo quella giusta. Inizio a leggere la bellissima Fuor di Metafora, con tutte quelle belle parole sulle stelle, Margherita e il secchi di vernice. Leggo con un certo trasporto; voglio che si gustino la lettura come me la sono gustata io quella sera al Macao, ma è difficile. Termino la lettura e aspetto il commento. Il tesista dagli occhi di bue mi guarda, annuisce e sbuffa sodisfatto con il naso. «Niente male, davvero bella» dice «ma questa non credo sia poesia, cioè, voglio dire, sì lo è, ma anche no, è qualcosa di diverso, è…boh». Rimango sconcertato. Contrattacco, avanzo i miei argomenti a sostegno di Guido Catalano e della sua poetica, ma non c’è nulla da fare. Ci impaludiamo in una disputa sui massimi sistemi letterari, iniziamo ad urlare, svegliamo gli altri coinquilini, persino i vicini si lamentano del rumore, ma non c’è nulla da fare: quando due studenti di Lettere si trovano a discutere di letteratura, pur concordando su diversi punti, non c’è nulla che possa fermarli. Siamo andati avanti fino alle tre di notte e, fiaccati dall’orario, ci siamo coricati stanchi, come due mandrilli che se lo sono menato tutta la sera fino a farselo sanguinare, solo per il gusto di farsi del male. Eppure la discussione non poteva chiudersi lì, no: doveva spaziare, andare oltre, diventare di dominio pubblico. Ecco perché ho deciso di contattare il diretto interessato, Guido Catalano, per chiedergli quale sia la differenza tra un poeta, un cabarettista e un elettricista.

Se l’obiettivo di questa intervista è tirarti fuori due parole riguardo alla tua poesia, penso sia il caso di partire dal tuo “Decalogo”. Dopo una serie di consigli dal sapore quasi paterno, chiudi la poesia con questi due versi “non usare mai una fiamma ossidrica / per accenderti una sigaretta”. Si tratta di un ammonimento rivolto ai giovani poeti a non prendersi troppo sul serio o di un nostro eccesso di zelo interpretativo? Si può dire, giusto per rimanere sul borioso, che questi versi siano la tua più significativa dichiarazione di poetica?

Temo che tu sia stato interpretativamente zelante. Mi riferivo proprio al fatto che accendersi una sigaretta con una fiamma ossidrica è una cosa da coglioni. Conosco uno che ha tentato di farlo e da allora ha dei seri problemi a pronunciare le consonanti.

Riguardo al prendersi e al non prendersi sul serio, la prima cosa che salta agli occhi delle tue poesie è un uso quasi bellico dell’ironia e dell’autoironia – fai ironia praticamente su qualsiasi cosa: dai rapporti uomo/donna ai raduni di poeti, dai Gesù Cristi ai giovani tamarri milanesi. Eppure, per quanto il lettore rischi un overdose, non c’è mai una battuta fuori luogo: il tuo approccio alle cose sembra quasi sottrarre peso alle parole stesse, che finiscono così per svolazzare in giro per la stanza. Potresti illustrarci quale valore assumono per te e nella tua poesia l’ironia e l’autoironia?

L’ironia e l’autoironia sono armi per salvarsi e difendersi prima di tutto da se stessi e poi anche dalla bruttezza che ci circonda. Non sopporto le persone prive di ironia dunque non sopporto circa l’80% delle persone. Tra l’altro chi non è provvisto di ironia non se ne rende conto e comunque l’ironia non si impara. Il segreto è non prendersi sul serio, prendendosi maledettamente e  molto sul serio.

Se c’è una cosa che scompiglia i capelli ben pettinati dei giovani e boriosi studenti universitari, è il tuo stile: quando si legge una tua poesia, ci si trova spesso di fronte ad una gran varietà di figure retoriche, come le ripetizioni o i buffi epiteti, e associazioni linguistiche davvero bizzarre, che fondono registro alto e basso, colloquiale e lirico, nonché ad una marcata musicalità, quasi avessi sostituito all’utilizzo di anacronistici metri classici una costruzione poetica quasi cantautoriale. Ora, sappiamo da altre interviste che in tempi remoti hai cantato in un gruppo punk-demenziale, quindi l’associazione viene spontanea: che ruolo ha avuto la musica nella tua carriera letteraria e che ruolo riveste la musicalità nelle tue composizioni?

La musica ha avuto un ruolo fondamentale. Volevo fare la rock star, poi ho ripiegato su poeta professionista perché c’erano più posti liberi. Continuo a lavorare molto con ottimi musicisti e lavoro come un cantautore: ho dei pezzi forti che mi vengono richiesti, faccio scalette durante i reading, con pezzi classici e novità. Quando leggo in pubblico le mie poesie mi piace pensare di stare cantando delle canzoni senza musica, o meglio, con la musica dentro, incorporata.

Volendo evitare la domanda trita e ritrita su quali autori ti abbiano ispirato, siamo andati a frugare in alcune vecchie interviste e abbiamo stilato una piccola lista, nella quale capeggia in prima linea Prevert, seguito da Jocovitti, Bukowski, Woody Allen e più recentemente da Billy Collins. Che tu abbia un po’ di attitudine bukowskiana, lo si può notare dalla quantità di negroni che affollano il palco durante i tuoi reading, e che il tuo sarcasmo sulla vita di coppia debba molta al vecchio ebreo di New York è evidente, per non parlare dei tuoi francesismi e delle considerazioni agrodolci sull’amore attinte dal buon Jacque. Ora, per soddisfare le nostre perversioni da filologi, vorremmo sapere quanto dei poeti che hai amato e ami c’è nella tua poesia e quale sia il tuo rapporto con i poeti se dicentesi “vivi”. Ti saremmo grati inoltre se aggiungessi una breve e sintetica postilla sul futuro della poesia contemporanea, così come lo vedi tu.

Leggo molto e in modo confuso. Frequento poeti vivi che come me girano per il mondo leggendo in pubblico le loro poesie.
Bukowski mi ha insegnato che si può scrivere un tipo di poesia che non sapevo esistesse e che non mi avevano mai fatto leggere a scuola. Poi parlo molto d’amore. Prevert ha scritto pezzi d’amore della madonna, con tutto il rispetto per la santa vergine. Poeti italiani ne leggo pochi, ho qui sul comodino l’opera omia di Raboni ma non ho ancora avuto il coraggio di togliere il cellophane. Tra l’altro è la prima volta in 43 anni di vita che scrivo la parola cellophane e lo devo a Raboni.

Rappresenti forse uno dei pochi casi di poeti italiani viventi che vivono effettivamente di quello che scrivono. Il tuo successo editoriale, spesso definito un vero e proprio caso, è evidente a tutti i tuoi fan e detrattori, basta considerare le tue numerose apparizioni televisive e radiofoniche. Tuttavia, a questa popolarità, si accosta la natura borderline dei tuoi componimenti, che spesso sembrano sconfinare nell’intrattenimento cabarettistico. In tutto questo gioco forza lo fa anche la tua immagine, ordinatamente trasandata, che sembra quasi rispecchiare la tua stessa poesia. Pensi che questa apparente “contraddizione” sia alla base del tuo successo? E come rispondi alle critiche di quanti pensano che le tue poesie, in fondo, non siano altro che un escamotage pubblicitario per spillare due soldi ai poveri amanti (ammesso che ci siano persone così grette e in malafede che ti accusino di questo, come i boriosi e pedanti studenti universitari)?

Io codesti pedanti studenti non li conosco mica e grazie a dio non li incontro spesso al bar. In effetti poi nessuno fino ad adesso mi ha accusato di spillare soldi ai poveri amanti ma l’idea mi garba parecchio e spero sia vero. La critica tipica che mi viene fatta è che la mia roba non è poesia ma qualcosa d’altro. In realtà non è vero: è poesia e spacca i culi ai poetuzzi da fiera.
Sono un ragazzo fortunato, come dice Lorenzo.

Un vecchio poeta emiliano cominciava una delle sue poesiole con questi versi “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto”. Direi che fatta eccezione per i cavalieri, che potremmo sostituire con i capotreno, e dando un’accezione amorosa alle audaci imprese, direi che in questi versi siano ravvisabili molti temi della tua poesia, in particolare le donne. Sono infatti le donne il motore immobile (e mobile, come cantava una vecchia canzone da osteria) dei tuoi componimenti. Ti inserisci perciò in un vasto filone poetico tutto italiano, in cui figurano stilnovisti, petrarchisti e Battisti d’ogni sorta. Arriviamo quindi alla fatidica questione “petrarchesca”, ribaltata nella prospettiva catalaniana: quanto c’è di vero nelle tue figure femminili? C’è o ci sono state delle Lauree (da intendersi come il plurale di Laura ndr) nella tua vita? E se sì, qual è il tuo rapporto con l’inesplicabile universo femminile?

E semplice: fino ai trent’anni non ho scopato quasi. Poi un po’. Poi molto. Sono come uno che ha sofferto un sacco la fame e a un certo punto si trova pieno di cibo. È un’ossessione il sesso e anche il bisogno di essere amato. Le donne nelle mie poesie sono verissime. Tutto ciò che scrivo è verissimo.

Arriviamo al mostro finale di questa intervista, il livello finale di Metal Slug: l’Amore. Inutile dire che l’Amore è il tema per eccellenza delle tue poesie, forse l’unico, se lo si considera declinato nella pluralità delle sue forme. Anzi, proprio questa caratteristica polimorfica e metamorfica (come si può notare, entrambi gli aggettivi contengono il baricentro di ogni queste amorosa) dell’Amore sia il fulcro di tutto quello che hai scritto dagli inizi della tua carriera. Arrivati a questo punto, noi, dotti e boriosi e petulanti studenti universitari, sull’esempio di Dante nell’ultimo canto del Paradiso, ci vediamo costretti ad una terribile afasia. Di qui in poi vorremmo, se ce lo concedi, che ci descrivessi che cos’è e cos’è stato l’Amore per te, sapendo che almeno in questa occasione possiamo evitarci le solite e diabetiche lezioni di gran parte degli scrittori italiani contemporanei. Maestro, a lei la parola.

Credo di avere risposto qui sopra. Ho penato per i primi trent’anni e ritenevo che una ragazza che si innamorasse di me mi facesse una sorta di regalo che non meritavo. Poi le cose sono cambiate, anche e soprattutto grazie alla poesia. O forse la poesia è cambiata perché le cose d’amore sono iniziate a funzionare. Non mi è chiaro.

Come ti senti dopo questa intervista?

Ho fame e credo che mi farò una pizza surgelata.

Un consiglio da dare ai giovani e boriosi e pedanti studenti di Lettere?

Comprate i miei libri, anche in più copie da regalare. Smettete di fumare subito. Bevete pure quanto volete fino ai trent’anni poi diminuite. Fate molto all’amore.

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