In guerra per amore con Pif

338

«Guardo il mondo con una visione ancora molto infantile» questo quello che dichiara Pif, regista ma prima di tutto giornalista, in una delle sue interviste. Lo avevamo visto in La mafia uccide solo d’Estate, dove raccontava se stesso e i suoi ricordi di bambino durante gli anni del governo Andreotti, lo vediamo adesso in In guerra per amore, decisamente cresciuto ma in fondo con la stessa, per così dire, ingenuità di un ragazzino.

Arturo Giammarresi, questa volta però, si proietta indietro di circa qualche decennio. La Seconda Guerra Mondiale è in atto, gli americani si stanno preparando allo sbarco in Sicilia e gli Stati Uniti ospitano molte delle famiglie italiane tra cui parte di quella dell’amata Flora (anche lei personaggio femminile del precedente film, interpretato questa volta dalla bellissima Miriam Leone). L’amore è vivo e corrisposto tanto che, per suggellarlo, Arturo, cameriere non esattamente inserito nella borghese società newyorkese, si vedrà costretto a entrare, senza alcuna cognizione di causa, nell’esercito americano, con l’unico scopo di approdare nel paesino siciliano dove potrà chiedere in sposa Flora a suo padre e finalmente impedire un matrimonio assolutamente non voluto.

«Cercasi ragazzi italiani per una missione segreta in Sicilia», quale miglior occasione per riuscire ad attraversare l’Atlantico interamente a spese dell’Esercito Americano? D’altronde, per amore questo ed altro. Un film che parte dalla commedia sfiorando il drammatico in maniera talvolta ironica, che lascia quel sorriso amaro e fa riflettere. Vicende amorose a parte, la cornice è quella di una Sicilia governata ancora una volta dalle organizzazioni criminali, che nei piccoli paesi costituiscono quasi un’amministrazione “non ufficiale” ma che poi effettivamente è quella a cui tutti si rivolgono nel momento del bisogno.

Si perché la mafia è anche qui, soprattutto qui, quando l’esercito americano libera il Sud Italia, la parte “molle” dell’Europa, dalla stretta fascista ma la consegna senza alcun riguardo, direttamente nelle mani di un altro tipo di regime. Americani dipinti come al solito, sicuri di sé, spavaldi, fighetti e soprattutto molto egoisti, a parte qualche eccezione (come il capitano Scotten). Il regista ripercorre un pezzo di storia da una diversa prospettiva, quella di un paesino sperduto in provincia di Agrigento e dei suoi abitanti.

Gli italiani a New York con questo loro accento siculo-americano, alcuni soldati altri semplicemente immigrati, ci ricordano che liberatori e carnefici non sono stati solo gli americani, ma noi con loro e che forse, dice Pif, non ce ne siamo ancora realmente resi conto.

Ma bando alle ciance, questa è pur sempre una commedia, non temete. In fondo, finché si ride c’è speranza.

A cura di Elena Giuliano

Commenti su Facebook
SHARE