Al nostro secolo viene spesso attribuito l’aggettivo globalizzato, per indicare le distanze che si accorciano, tutti che fanno tutto e le stesse cose, le lingue, le culture e gli interessi che convergono insieme.

Se da una parte la globalizzazione ha accentuato quel fenomeno di omologazione che molti accusano per aver ucciso l’identità personale di ciascuno, dall’altra parte però ha permesso l’incontro fra tante persone diverse, portatrici di storie originali e di un bagaglio storico-culturale capace di formare ogni personalità, mostrandole il mondo da ogni angolazione possibile.

Secondo questa logica emerge la prospettiva dell’artista pakistana Shahzia Sikander che al MAXXI di Roma, fino al 15 gennaio, esibisce la sua concept-art Ecstasy As Sublime. Heart As Vector, per legare le sue origini al suo percorso artistico che l’ha introdotta nello scenario nazionale.  Tutto il suo lavoro tende al movimento, alla realtà delle cose che le costringe a cambiare, per adattarsi al tempo che scorre incessantemente, rendendo questo mondo ogni giorno sempre più globale, come una fitta rete che lega aree vastissime della Terra.

Così ci troviamo (virtualmente) tutti più vicini, come una canzone che fa emergere ricordi e ci lega ad ideologie lontane anni luce da noi, anche l’arte diviene estensione di questa realtà che avanza e ci circonda tutti completamente, cambiando anche la nostra facoltà di scegliere di cosa effettivamente abbiamo bisogno. In questo senso il cuore diviene il vettore che introduce ed esprime la direzione verso cui siamo, indirettamente, manipolati. Quando si parla di vettore, si parla anche del centro al quale tende.

Il centro di questo nuovo mondo è l’incontro, che si traduce nel suo obiettivo di ridurre drasticamente le distanze sia spaziali che temporali, fino a quando sarà possibile toccare uno schermo sensibile per trovarsi mezzo minuto dopo il prodotto che abbiamo richiesto, consegnato davanti casa.  Incontro che non si riferisce solo alla merce e al suo consumatore, ma anche tra le persone che trovandosi vicine diventano protagoniste di un dialogo in grado di trasformare l’una nell’immagine speculare dell’altra.

Tino Seghal, artista anglo-tedesco, ricrea nel suo lavoro “Carte blanche” quel tratto effimero che spesso si cela dietro uno sguardo o un sorriso, o durante quelle giornate che dal nulla ti cambiano l’umore e ti provocano sentimenti completamente nuovi. Tutto questo senza nessuna testimonianza fisica, totalmente fugace.

L’ideologia artistica dietro cui si basa la ricerca di Seghal è quella di riuscire a catturare e descrivere il momento del dialogo, dell’incontro fra due persone. L’artista attraverso il movimento e le situazioni costruite, cerca di riproporre ciò che sta dietro quegli occhi che si incrociano durante un discorso al bar, oppure dietro quel sorriso di un passante per le rues parigine.  La mostra che si tiene a Parigi, al Palais de Tokyo fino al 18 dicembre, vede riuniti più artisti insieme con lo scopo di far perdere la percezione del tempo allo spettatore che, a sua volta, viene chiamato a vivere un’esperienza artistica che non si riduce alla vista ma chiama a partecipare anche gli altri sensi.

Una Parigi, quella raccontata dai disegni di Seghal, che si colora degli incontri dei suoi cittadini, che racconta le loro vicende, introducendole nel suo scenario di città poetica per eccellenza.

A dimostrazione di come una città risponda degli stimoli artistici e culturali che le si offrono, emergono le fotografie di Gian Luca Eulisse, in una mostra a Treviso.

Qui la narrazione fotografica è del tutto simile a quella a matita di Seghal. Eulisse infatti, attraverso la lente dell’obiettivo della sua macchina, guarda alle città in maniera prospetticamente differente, introducendo il filtro della sua sensibile e personale percezione.

Un lavoro, questo, da considerarsi come proposta di un diverso modo di guardare lo scenario entro cui agiamo tutti i giorni: la città con le sue strade, i suoi palazzi, le aree verdi e ogni suo scorcio nascosto.

Cambia così il nostro punto di vista del mondo che ci ha sempre ospitato, adattandosi alle nostre richieste e ai cambiamenti che gli stiamo imponendo (le tecnologie, il cambiamento climatico, la trasformazione del paesaggio…).

Arnaldo Pomodoro ha fatto della sfera e del globo uno dei suoi soggetti principali, basta ricordarsi delle sue tante sfere placcate di bronzo.

I lavori dell’artista, ora in mostra al Palazzo Reale di Milano fino al 5 febbraio, sono caratterizzati da un forte rigore geometrico.

Cubi, parallelepipedi, sfere che si squarciano all’interno lasciando intravedere allo spettatore due realtà confluite in una, quella esterna visibile a tutti e quella più nascosta e intima. Così si traducono la vita e le nostre relazioni.

La mostra è stata organizzata in onore dei 90 anni del celebre scultore che ha portato il “Made in Italy” anche a New York con l’opera Sfera con sfera”, installata di fronte l’Ufficio delle Nazioni Unite.

Un altro esempio, quello di Pomodoro, di come l’arte trae ispirazione da ciò che ci circonda… o forse è il contrario?

L’arte è una delle tante espressioni della nostra storia, racconta la nostra vita e almeno in questi casi (e anche nel mio), life imitates art.

A cura di Elisa Zampini

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