Giovedì sera, 5 luglio 2018, è arrivato l’inferno e la sua redenzione all’Idroscalo di Milano, in un Magnolia che giorno dopo giorno sta regalando una programmazione estiva da inchino (tra i tanti si veda St Vincent settimana scorsa). I Godspeed You! Black Emperor, mostri sacri della musica strumentale, tornano così in Italia (unico invidioso rimpianto: la loro data romana è aperta dai This Will Destroy You, ci abbiamo sperato fino in fondo, sigh).

Il concerto inizia con un lunghissimo loop di contrabbasso e violino che si scontrano per diversi minuti fino all’arrivo senza fretta sul palco degli altri sei elementi del gruppo, con sacrosante birrette e sigarette. Senza fretta, come la loro musica.

I Godspeed sono stati tra i primi a dare vita ormai più di vent’anni fa a un genere, il post rock, che ha messo al mondo diverse perle rare come i Mogwai o gli Explosions in the sky, che a confronto sembrano band pop. Infatti per ribadire la loro paternità, l’ottetto canadese non è mai venuto meno alla sua rigida ortodossia, nemmeno di fronte alle esigenze dell’esibizione live.
Se nei loro album ci sono quattro pezzi da venti minuti l’uno, così anche il concerto procede con una naturale lentezza e se l’intro è di dieci minuti non durerà un secondo di meno. I pezzi nascono, si sviluppano e crescono, fino a che, all’esasperazione della tensione, la batteria arriva a portare ordine e a dare una direzione agli tsunami scomposti di loop, costruiti per lo più sulla base di poche note. Il suono si apre e si distende e poi torna cupo all’improvviso: un viaggio lunghissimo che a tratti annoia e poi all’improvviso squarcia il cuore e mi ritrovo abbracciato ai miei amici un po’ commossi.

Per quanto si voglia fare gli orgogliosi è un concerto oggettivamente difficile da fruire ma non per questo non ne vale la pena: per venti-trenta minuti di fila la gente non si muove, non fiata, rapita. Alle spalle del pubblico, di fianco al banco del mixer ci sono quattro proiettori analogici che, gestiti sapientemente, proiettano a raffica pellicole che si sposano alla perfezione con il mood musicale, a tratti disturbante. È come leggere un romanzo russo o Il cavallo rosso, in cui soffri per trecento pagine ma poi bastano due righe a ripagare l’attesa e la fiducia.

Il concerto dei GYBE è un bellissimo incubo, quello dove si passa dall’esaltazione all’angoscia fino a uno strana speranza, come la gigantesca scritta HOPE con cui hanno iniziato il concerto. Poi ci sveglia sudati, divorati dalle zanzare ma contenti.

Setlist:
Intro
Hope Drone
Mladic
Bosses Hang
Anthem for No State
Fam/Famine
Undoing a Luciferian
Towers
The Sad Mafioso
Outro Loop

A cura di Giovanni Pedersini

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