Giöbia @ Arci Zerbini (Parma)

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A cura di Alessandro Melioli

Sabato sera abbiamo intrapreso un breve viaggio per spostarci a Parma, più precisamente all’Arci Zerbini, per sentire il live di una delle band più influenti del rock psichedelico nostrano: i Giöbia. Formazione milanese attiva ormai da quasi due decadi, è in tour da diverse settimane per presentare l’ultima fatica targata Sulatron Records, etichetta tedesca punto di riferimento per il psych europeo. The Magnifier, nome dell’album, è un vero e proprio esaltatore di tutto ciò che è oscuro e lisergico, è il manifesto di una band che ha ormai raggiunto la maturità e la consapevolezza del proprio spessore artistico. La psichedelia sta vivendo una piccola primavera in Italia, complici le nascite di nuove formazioni e festival a tema. Se non proprio di scena, si può però parlare di società psichedelica, nella quale i Giöbia rivestono un ruolo di primissimo piano. Nonostante i tre album alle spalle e i tanti anni di concerti in nord Europa e in Germania, luoghi dove hanno riscontrato i successi maggiori, la loro fama in Italia tuttavia è ancora in divenire. Si spera che con questo tour in madrepatria possano guadagnare ulteriori consensi, forti delle numerose critiche positive al loro album. Il tour poi proseguirà in Europa e negli States. Tanti luoghi per un viaggio unico, quello della loro musica.

Viaggio è il concetto che meglio rappresenta i Giöbia e non solo perché la loro musica affonda le radici nella psichedelia e in tutto quell’immaginario legato ai trip di fine anni Sessanta. Il loro viaggio è un’esplorazione mai paga dei più disparati ambiti musicali, così come le perfomance sono avventure senza destinazione. Il filo conduttore è uno solo: un suono continuamente ricercato ed espresso sempre nella maniera più appropriata al momento e al sentire comune. Nella loro musica c’è l’eredità del rock classico, c’è anche l’eredità black metal dei Black Sabbath, c’è il garage rock e l’uso massiccio di riverberi. Un viaggio quello dei Giöbia che fa fisicamente tappa a Parma in una glaciale serata di fine novembre. Ci fiondiamo dentro all’Arci Zerbini e ancora infreddoliti constatiamo che è già tutto pronto: i visual psichedelici sono già impostati con immagini e simboli in pieno clima Summer of Love e la mente corre subito alla calda California. Gli strumenti sono posizionati sul palco e notiamo accanto alla batteria e alle tastiere un teschio e un corvo, simboli che li rappresentano. Giöbia è difatti il nome di una festività pagana lombarda legata ai boschi e alle streghe, tradizione molto presente nel quartiere milanese da dove provengono i quattro. Il locale si riempie con calma e molti arrivano per il duo d’apertura, i parmigiani Lourdes Rebels. La loro musica è costituita da sample dance anni Ottanta e distorsioni, da synth e chitarra e rappresenta la giusta colonna sonora per preparare il terreno ai Giöbia.

La voce campionata di Orson Welles, incipit della canzone d’apertura dell’album This World Was Being Watched Closely, ci annuncia l’inizio dello spettacolo, con i quattro che attaccano fin da subito con un piglio deciso. L’ambientazione è studiata con cura: le luci assenti, l’oscurità totale vinta soltanto dagli effetti visual accompagnano perfettamente la loro perfomance. Un’ora precisa. Questa è la durata del loro live, durante la quale compiamo un vero e proprio viaggio galattico attraverso la musica. La grandezza dei Giöbia non risiede soltanto nell’energia che trasmettono durante la perfomance, nemmeno nell’intensità che tiene incollati i presenti senza un minuto di sosta. Il loro vero punto di forza è nella capacità di improvvisazione, nel riuscire a dare vita a qualcosa di nuovo ogni volta che calcano un palco, al navigare senza un programma preciso. I primi cinque pezzi sono quelli del lato A del vinile di The Magnifier. Dopo la traccia di apertura seguono a ruota The Pond e The Stain, tracce nelle quale il rock acido e potente viene accompagnato dalla voce distorta del frontman e chitarrista Stefano Basurto. I suoni prodotti sembrano provenire da un mondo lontano e alieno e catturano ulteriormente l’ascoltatore in quello che può essere definito un’odissea spaziale. Non a caso il loro ultimo album rientra di pieno diritto nello space rock, genere che li allontana un po’ dalla psichedelia pura per avvicinarli a band come Gong o gli attuali God Is An Astronaut. In Lentamente La Luce Svanirà, singolo estratto dall’album, si inizia ad avvertire un cambio di ritmo, il groove è più potente e anche il pubblico comincia ad animarsi. Il loro concerto è un continuo salire senza posa e con Devil’s Howl la voce della tastierista Saffo Fontana risuona profonda, è un’energia che scava nelle ossa. Il ritmo si abbassa un istante con un pezzo più psichedelico e meno doom, per poi raggiungere l’acme con Sun Spectre, una cavalcata di un quarto d’ora durante la quale il batterista Stefano Betta e il bassista Paolo Basurto si prendono la scena dando sfoggio di tutta la loro abilità nell’improvvisare. Non ci sono effetti, non si segue un copione, ci sono solo due persone che si fanno trascinare dalle sensazioni. Il suono del basso è grave e incessante, mentre la batteria accompagna i presenti in un vuoto cosmico rumorosissimo, complici le immagini visual che ritornano in loop simili a un mantra. Il pubblico incita i due a non mollare, a non rallentare questo loro maratona di suoni. Il quartetto si ricompone solo per l’ultima canzone, The Magnifier, che chiude il concerto con un piglio più frizzante e vivace.

I Giöbia ci lasciano nonostante le richieste di bis; l’adrenalina invece non ci lascia per un bel po’. Energica, grossa e dilatata è stata la loro perfomance, a conferma della loro qualità di musicisti. Capita spesso di ascoltare dal vivo band che ci lasciano un po’ indifferenti, come se le emozioni provate durante l’ascolto del disco venissero soffocate da una perfomance troppo formale. Per fortuna non è il caso dei Giöbia.

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