Fuocoammare, vincitore del 66° Orso d’Oro alla Berlinale 2016, si muove con maestria fra finzione e resa documentaria degli sbarchi dei profughi a Lampedusa, che nella speranza di una vita migliore affrontano la traversata per mare dalle coste della Libia ormai da circa 30 anni, dal loro primo sbarco nel 1990. Una traversata di sei ore di cui non è mai sicuro se alla fine si troverà morte o vita ma, come ha detto un profugo nel film, “…bisogna rischiare di rischiare, perché la vita in sé è un rischio…”.

Questo dramma è stato documentato da Rosi aiutato dal Dott. Pietro Bartolo, responsabile da sempre della cura di quei disperati, che ha messo a disposizione la sua chiavetta USB, in cui riunisce dal primo sbarco foto e filmati. Alle riprese dei profughi in carrellate ravvicinate sui volti, spesso segnati dalla scabbia, o a volo d’uccello sui barconi, con grande attenzione a luci, ombre e sfumature di cieli nuvolosi molto cari a Rosi, si affiancano altre parti prese dalla vita quotidiana degli abitanti dell’isola, ripresi nella loro vita comune, mentre preparano la salsa e si raccontano vicende di navigazione; sono da sempre un popolo di pescatori e dunque pronti ad accogliere ogni cosa che viene dal mare.

Coscienti delle tante difficoltà della vita marittima, ascoltano la radio che diffonde le notizie degli sbarchi e dei naufragi e dedica canzoni su richiesta, una delle quali dà il titolo al film: Fuocoammare; in questa canzone si mescola la musica dolce alla tragicità del contenuto: il bombardamento di una nave in mare da parte degli inglesi nella II Guerra Mondiale – i fuochi sono le luci dei razzi riflesse sull’acqua. Uno dei tanti elementi simbolici utilizzati da Rosi è il palombaro che di tanto in tanto si vede durante le sue immersioni per pescare i ricci marini, nella stessa acqua che per lui rappresenta fonte di pesca, mentre per i profughi può risultare tomba.

Fra gli abitanti dell’isola spicca la figura di Samuele, di circa dodici anni, che vaga per giocare con la fionda al fine di colpire e uccidere uccelli con un suo amico, il quale a un certo punto sparisce all’improvviso dalla scena. Samuele è metafora della violenza gratuita perpetrata contro la natura, e anche simbolo della nostra umanità, che prima spinge i nostri simili a morire in mare e poi cerca di curarli e di rimettere insieme i pezzi distrutti, come fa Samuele coi cactus e i fichi d’india, dapprima feriti con coltelli e a colpi di fionda e di mortaretti, umanizzandoli creandovi occhi e bocca, per poi cercare di riaggiustarli con grosso nastro adesivo nero. Col tempo Samuele, grazie anche al suo “occhio pigro” riscontrato dall’oculista, e ai suoi disturbi al cuore e ai polmoni, riuscirà a vedere più chiaramente ciò che lo circonda, fino a ritrovare un contatto più umano con la Natura.
Un film che fa sicuramente riflettere e un forte richiamo al risveglio della nostra coscienza.

A cura di Matteo Sisti

Commenti su Facebook
SHARE