Il conflitto interiore dei pazienti sfocia nello scontro tra medico e assistito, nei cui incubi Sigmund non può che ritrovare se stesso, dilaniato dai suoi dubbi e tormenti: in quella che pare essere una rassegna di casi clinici, si distingue il fil rouge del percorso di formazione che il dottore protagonista intraprende, in cerca della propria identità. In scena dal 23 gennaio al 11 marzo 2018 al Piccolo Teatro Strehler.

COS’È

Calano le palpebre, si assopisce la ragione, è ora che l’inconscio si desta: il circo dei sogni apre i battenti. Tra scene paradossali e circostanze verosimili, terrore e gioia, una miriade di visioni si affollano nella testa come dettate da un caso beffardo: cosa potrebbe altrimenti unire la faticosa salita su un monte, la lava che brucia gli occhi e tre leggiadre farfalle che si librano nell’aria da altrettante scatole di legno? L’incognita del sogno è una condanna per Wilhelm, il cui racconto si alterna alle concitate narrazioni di Tessa, Solomon e di chiunque altro si sottoponga alla terapia del dott. Sigmund Freud, pioniere di una ricerca scientifica che smaschererà i meccanismi dell’inconscio, ma non per questo uomo meno tormentato.

Stefano Massini e Federico Tiezzi irrompono nello studio del primo psicanalista al mondo, ma non si fermano alle quattro mura del dialogo medico-paziente: penetrano negli anfratti dell’umanità conscia e inconscia di entrambi, ripercorrendo il tentativo di comprendere i sogni, che altro non sono che scarti di memorie che non possiamo (o non vogliamo?) ricordare, assemblati a desideri repressi, che non è lecito soddisfare. “C’è, però, qualcuno, dentro di noi, che sente la necessità di riportare alla mente questi relitti” scandisce lo stesso dottore in scena (Fabrizio Gifuni).

È proprio “dalla consapevolezza di una dialettica interiore ardita, che nasce l’interesse per questo grido clandestino”, la cui manifestazione, però, “ha luogo in forma di immagini, perché proibito da una coscienza guardiana”, spiega lo stesso Massini: “ognuno di noi è vittima e carnefice negli omicidi quotidiani dei propri desideri”. Il sonno è l’unico terreno in cui queste brame segrete riescono ad attecchire, la terra in cui esse scappano dalla censura che intima al subconscio di tacere. Talvolta questa coscienza fa le veci di un soggetto reale e concreto: ecco dunque Oskar, marito di Helga, rivoltosi al dottore per sedare a forza di farmaci gli incubi della moglie, anziché aiutarla a comprenderne l’origine.

Il conflitto interiore dei pazienti sfocia nello scontro tra medico e assistito, nei cui incubi Sigmund non può che ritrovare se stesso, dilaniato dai suoi dubbi e tormenti: in quella che pare essere una rassegna di casi clinici, si distingue il fil rouge del percorso di formazione che il dottore protagonista intraprende, in cerca della propria identità. Il sottile gioco di ruoli si ribalterà quando interverrà Ludwig (Marco Foschi), giovane paziente, a conferire un senso al sogno del medico, costringendo quest’ultimo a sospendere la seduta, perché spaventato dalla così veritiera interpretazione.  Le parole di un altro malato (Hernest, David Meden), però, colpiranno nel segno il tormento di Sigmund: “la condanna peggiore che un essere umano possa ricevere è comprendere le cose”.

COM’È

La complessità di una trama simile si realizza in una scenografia altrettanto elaborata, che tramite luci, costumi, scene e l’impiego del video, ha permesso a Tiezzi di comporre un’opera d’arte totale.  I diversi setting, parti di un unico progetto visivo, consentono l’alternarsi di scene corali a focus più intimi sulle coppie di personaggi, e l’intervallo di immagini che, similmente ai sogni, immortalano un labirinto, nel quale è lo spettatore a doversi orientare. Il risultato è una magistrale produzione che intriga e affascina il pubblico, sfidandolo a decodificarne il linguaggio artistico.

PERCHÉ VEDERLO

Chi non è mai stato stuzzicato dall’idea di accomodarsi sul noto divanetto e snocciolare le confuse espressioni della propria psiche, con la curiosità di vedersi rivelati i meccanismi più oscuri della propria mente? Per chi non ne ha ancora avuto il coraggio, assistere alle confessioni di uomini e donne del secolo scorso, ancora incredibilmente attuali, può avere risvolti parecchio interessanti, data l’innata tendenza dell’essere umano a ricercarsi nei volti e situazioni altrui.

L’invito di questo spettacolo è dunque a scandagliarsi fino al più remoto meandro, vincere il terrore di fronte al baratro della grossa incognita che portiamo dentro e fuggire la tendenza odierna che, parola di Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano, vede “l’“io” scivolare sulla superficie liscia di un eterno presente,  rimuovere memoria, dubbi e ombre, illudendosi di “raccontarsi”, in un continuo chiacchiericcio che sovrasta inquietudini e contraddizioni profonde”.

Piccolo Teatro Strehler

dal 23 gennaio all’11 marzo 2018

Freud o l’interpretazione dei sogni

di Stefano Massini

riduzione e adattamento Federico Tiezzi e Fabrizio Sinisi

regia Federico Tiezzi

scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca

luci Gianni Pollini, video Luca Brinchi e Daniele Spanò

movimenti Raffaella Giordano, preparazione vocale Francesca Della Monica

trucco e acconciature Aldo Signoretti

con (in ordine alfabetico) Umberto Ceriani, Nicola Ciaffoni, Marco Foschi, Giovanni Franzoni, Elena Ghiaurov, Fabrizio Gifuni, Alessandra Gigli, Michele Maccagno, David Meden, Valentina Picello, Bruna Rossi, Stefano Scherini,  Sandra Toffolatti, Debora Zuin

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

a cura di Alice Dusso

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