AVVERTENZE:
Il primo che dirà: “Ehi, ma è il testone di Frah Quintale!” verrà gentilmente accompagnato alla fine di questo articolo.

Ci scusi il lettore, e ancor di più il lettore devoto al rapper bresciano, ma no: la punta di diamante di casa Undamento non ha ispirato le vicende di questo film, men che meno è sua l’idea molto indie di mettersi un capoccione di legno per nascondere il proprio volto.

Questo piccolo gioiellino dell’irlandese Lenny Abrahamson, forse ai più noto per il successivo Room (2015), ha una genesi ben diversa e si rifà lontanamente al personaggio di Frank Sidebottom, alter ego del comico Chris Sievey. È una “commedia pessimista”, come lo stesso autore la definisce.

L’aspirante cantautore Jon Burroughs, quattordici follower su Twitter e una vita monotona fatta di sandwich per pranzo, lavoro da impiegato e casa divisa ancora con i genitori, ha incredibilmente la propria grande occasione quando la band alternative Soronprfbs perde il proprio tastierista a causa di un ricovero dopo un tentato il suicidio e il suo carismatico quanto misterioso leader, Frank, lo invita temporaneamente nel gruppo.
L’atmosfera elettrica del concerto, la creatività viva dei suoi nuovi compagni lo travolgono e inebriano: è ciò che ha sempre sognato e farà di tutto per far incarnare la propria aspirazione di essere un musicista famoso, a costo di snaturare e distruggere la band, quando questa lo rileva come corpo estraneo, e sé stesso, innamorato più dell’idea di essere speciale e sensibile piuttosto che dell’arte come mezzo di espressione. Di fatto quella che sembrava essere l’opportunità di provare a sé stesso quanto vale si tramuta nella disillusione del suo non essere un artista. E l’equilibrio verrà ristabilito solo nel toccante finale.

Abrahamson è capace di dare spesso un taglio intimo e originale ai propri lavori e nemmeno con FRANK (2014) manca il bersaglio.
Con grande leggerezza, infatti, siamo iniziati al lavoro del gruppo per il nuovo album, anche noi, come il pubblico dei video caricati online, pronti concederci mezzi sorrisi davanti alle stranezze dei singoli componenti; prendiamo però poi man mano confidenza con loro e ci lasciamo coinvolgere come Jon, aspettando il debutto; siamo come lui incuriositi dell’identità del geniale vocalist degli Soronprfbs.
Con grande delicatezza, poi, vediamo tratteggiate le fragilità mentali ed emotive della band, senza che i personaggi vengano ridotti a macchiette patetiche. Essi si trovano in una difficile possibilità di espressione dei legami umani anche per via delle particolari condizioni in cui versano. Frank, infatti, da un lato impedisce a chi gli sta intorno di capirlo (si vedano ad esempio il suo oscillare tra la propria vocazione e le sirene dell’apprezzamento di pubblico, oppure la necessità di descrivere le proprie espressioni facciali a Jon per non essere frainteso), dall’altro ha una fobia del contatto con estranei. I suoi compagni, che sono gli unici in grado di avvicinarlo, hanno tra di loro un legame solo attraverso la pura e onesta esperienza artistica in quanto non in grado di comunicare in modo canonico. Ciò fa sì che la loro unione sia forte e riconoscibile esclusivamente tra di loro, è un autentico linguaggio, oltre che uno sfogo terapeutico.

Jon cerca per tutto il film di penetrare metaforicamente e letteralmente la maschera di Frank per capire cosa e chi ci sia sotto, ferendo l’uomo e il musicista che vi si celano.
Come per il Mago di Oz, alla fine il personaggio a cui tutti affibbiavano capacità superominiche in realtà si rivela piuttosto ordinario, nello sconcerto di Jon, che per tutto il tempo ipotizza (e banalizza) le vicende biografiche di Frank per scoprire in modo dietrologico il suo talento: “un’infanzia difficile e l’ospedale psichiatrico: dove la trovo io una ispirazione così?” sbotta a un certo punto.
Quando a colloquio con i genitori del musicista viene a sapere che non solo non c’è stato nulla di traumatico che ha scatenato gli strani comportamenti e che, anzi, la sofferenza mentale ha tarpato le ali talento di Frank, rimane interdetto. E probabilmente non solo lui, dato che è opinione comune ritenere che la capacità artistica vada di pari passo con una vita straordinaria, di dannunziana memoria, o perlomeno fatta di eccessi, ancora influenzati da un ideale romantico duro a morire. Più in generale Abrahmson racconta delle illusioni di ognuno di noi di sentirsi speciale o superiore alla media e della disillusione che ne consegue quando (raramente) capita di avere la possibilità di dimostrare quanto questo non sia vero. Il nucleo della commedia risiede proprio in questa costante aspirazione disattesa di Jon, oltre ovviamente ai personaggi stravaganti della band. Il gioco comico è anche molto fisico e l’abilità più notevole del regista è stata suscitare il riso con un coprotagonista costantemente col volto coperto, dovendo ripensare al linguaggio cinematografico e costruire la scena unicamente su movimenti di macchina, posizioni dei personaggi e tempistiche.

A cura di Emma Rossi

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