La protesta dei Gillet Gialli in Francia in questi giorni evidenzia sempre di più un sentimento che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il vecchio continente. Che venga condivisa o no, la protesta francese emerge da un sentimento profondo di oppressione provato nei confronti di un governo che non sembra occuparsi degli interessi dei cittadini, ma dà l’impressione di interessarsi solo agli interessi del proprio portafogli e di quello delle istituzioni burocratiche internazionali, pronte a speculare sull’economia di ogni paese al mondo.

I nostri vicini francesi, che non avranno il bidè in casa e si vanteranno tutto il tempo di essere migliori di noi nelle arti che hanno spudoratamente copiato da noi, quando si tratta di organizzare una protesta nei confronti di qualche ingiustizia sociale sanno veramente come farsi rispettare e in questo sicuramente noi avremmo solo da imparare. Vi proponiamo adesso 3 film che, spero, possano stimolare in voi un giusto (MA NON VIOLENTO!) spirito rivoluzionario:

I LOVE RADIO ROCK

Tratto da una storia realmente accaduta, questo film del 2009 diretto da Richard Curtis racconta come negli anni ’60 molte radio clandestine inglesi  cercassero vari sotterfugi per rendere molto più stimolante la produzione radiofonica nazionale, rea di dar troppo poco spazio all’emergente genere musicale del rock. In particolare, la vicenda del film racconta l’attività clandestina di Radio Caroline, un emittente radiofonica che a bordo di una nave “pirata” lanciava le sue trasmissioni sbeffeggiando gli organi di censura della Gran Bretagna.

I personaggi leggendari di questa ciurma di radiopirati, dopo aver ottenuto un successo popolare incredibile, dato soprattutto dalla loro presa diretta col pubblico, faranno i conti alla fine con l’ingerenza del governo inglese che, pur di fermarli, ordinerà l’abbattimento della nave. Colpita da un missile, mentre sprofonda sempre di più verso l’abisso, il suo capitano (Philip Seymour Hoffman) decide di lanciare un’ultima trasmissione, con l’appello a tutti i suoi ascoltatori di non farsi intimidire dalla violenza e di credere sempre nella libertà che la musica fa provare ad ogni individuo. E dopo aver lanciato l’appello, affonda lentamente con essa, dimostrando che un ideale non si potrà mai sconfiggere con la forza.

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI

Questa invece è la storia incredibile di come un uomo possa improvvisarsi momentaneamente  leader per la difesa dei diritti civili e riuscire ad infiammare gli animi della gente intorno a lui, nonostante il motivo (e lo scopo) della sua protesta sia quello di riuscire a scappare da una rapina in banca finita male. Sidney Lumet dirige Al Pacino in questo film dalla trama decisamente grottesca, ma definito come uno dei primi lungometraggi che si è occupato di sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti della comunità omosessuale d’America.

Sonny (Al Pacino) e Al (John Cazale) sono due rapinatori che goffamente tentano una rapina in banca. Vengono avvistati dalla polizia e braccati alle porte dell’edificio. I due, chiusi dentro con gli ostaggi, hanno però in mente un piano geniale: rivelare la vera (o semplicemente presunta, nel film non si capisce se in realtà si tratta della verità o solo un piano dei rapinatori) tendenza sessuale di Sonny, che dichiara la sua omosessualità e aggiunge che il motivo di questa rapina è trovare i soldi per permettere al suo compagno di fare l’operazione per cambiare sesso.

Dopo la rivelazione di Sonny, la stampa e la gente incominciano a prendere le sue difese e gli ostaggi ancora presenti nella banca iniziano letteralmente a soffrire di quella che si definisce Sindrome di Stoccolma, per cui diventano a tutti gli effetti complici dei rapinatori. La polizia, alla fine, convince con l’inganno Sonny a uscire dalla banca, promettendogli di esaudire i suoi desideri, ma viene fermato poco prima di poter prendere l’aereo per la sua libertà.

Nonostante l’epilogo fallimentare, l’eroismo di Sonny però non può essere dimenticato: egli infatti, in un pomeriggio dove tutta la situazione stava precipitando sotto i suoi piedi, si fa portavoce di una battaglia molto importante, riuscendo a toccare anche la sensibilità della gente che aveva preso come ostaggio. In questo modo può lanciare un appello generale a tutta la sua nazione e, anche se la fortuna non ha girato dalla sua parte, il suo pomeriggio di gloria non verrà dimenticato: servirà a dare il là a chi vorrà portare avanti delle battaglie giuste come la sua.

MALCOLM X

Concludiamo la nostra rassegna con la vita di uno dei più celebri portavoce delle battaglie razziali negli Stati Uniti. Malcolm X di Spike Lee incentra la sua storia sulle vicende biografiche di quest’uomo, il quale scelse di affibbiare al suo nome la “X”, in ricordo di come arbitrariamente venissero assegnate delle lettere agli schiavi neri, di cui non si conosceva la provenienza.

La vita del leader (nel film è interpretato da Denzel Washington) è comunque piuttosto travagliata: passando da una adolescenza fatta di rapine e donne, sceglie di redimersi adottando appieno le tematiche filoislamiche di un gruppo per la lotta dei diritti del popolo nero in America, immergendosi talmente tanto, da diventare un leader piuttosto integralista e istigatore di violenza. Pian piano però riesce a rendersi conto di come il suo potere possa diventare pericoloso: se prima voleva essere portatore di pace, adesso ha assunto connotati sempre più violenti.

Egli decide di prendere una via più giusta e, anche se non verrà appoggiato dai membri del suo partito, intende portare avanti ideali più moderati. Ma la sua notorietà è ormai troppo grossa e il suo peso politico troppo importante. La sua vita verrà stroncata di lì a poco da un atto terroristico. Perciò la vita di Malcolm X ci insegna una cosa: le battaglie portate avanti nel segno della libertà hanno una linea sottile che divide il bene dal male e bisogna stare attenti a non credere troppo di fare il bene, quando in realtà si sta compiendo il male.

A cura di Edoardo Marcuzzi

 

 

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