Feelm: oggi mi sento post apocalittico

218
feelm

Novembre si avvicina, foglie secche raffreddori alzatacce e primi freddi. Non è ancora abbastanza freddo per intabarrarsi con sciarpone e cappotti e il ricordo dell’estate ormai è così lontano da far sembrare il mondo una landa desolata.

La gente passa e si soffia il naso, ad ogni starnuto sembra stia covando il germe dell’epidemia che distruggerà l’umanità. Natale è un miraggio e il cielo è grigio metallizzato come una fiat punto di quelle vecchie. Nel viavai c’è chi trattiene il fiato per prepararsi all’ultima grande corsa verso il baratro, ma tu sai che è inutile affannarsi.

Gli illusi preparano le luminarie natalizie, quelli disperatamente ottimisti prenotano le vacanze per il prossimo agosto, i tracotanti comprano solo cibo in scatola e pallettoni per la caccia al cinghiale – tu no. Non fai niente, incroci le braccia e sospiri facendo finta che la condensa del gelo sia il fumo di una sigaretta e che la tua faccia sia quella di Viggo Mortensen. Perché sei sicuro, sai con certezza che non ci sarà niente da fare. Brace yourselves, novembre is coming, and it’s an allegoria of estinzione.

La Strada.

Film del 2009 di John Hillcoat, tratto dall’omonimo libro premio Pulitzer di Cormac McCarthy, scrittore famoso per essere stato saccheggiato dalla Hollywood degli ultimi anni. Giudicato come uno dei film più tristi del mondo, tanto che in Italia venne rifiutato dai cinema, convinti che nessuno sarebbe andato a vederlo. Narra la storia di un padre e un figlio in un mondo in cui tutto ha perso il proprio nome e il proprio colore. Grigie le foreste, le montagne, l’erba, il cielo, l’acqua, neri e nerissimi i ricordi di quando la vita aveva ancora il giusto aspetto. Padre e figlio trascinano un carrello della spesa carico di cibo e coperte per riuscire ad arrivare al mare, seguendo la strada ed evitando le truppe di crudeli, disperati, affamati, menomati e deboli fumosi ricordi di esseri umani; in tasca il padre ha una pistola, nel tamburo due proiettili.

Tratto da un libro violento e vistoso, seppur nelle stesse tonalità di grigio e macerie, il film ha la sapienza di non tradurre la vividezza delle situazioni in immagini altrettanto spettacolari: il ritmo è lento, in ogni gesto traspaiono tutta l’angoscia e la pesantezza con cui il padre tenta di insegnare la speranza al figlio. Con Viggo Mortensen.

 

I figli degli uomini.

Film del 2006 diretto da Alfonso Cuaròn. Ci sono molti modi per estinguere l’umanità, malattie, eventi sovrannaturali e catastrofi nucleari. La scelta di questo film è un unicum. Cosa accadrebbe se l’umanità smettesse di generare figli? Anche qui torna il tema della speranza, e di quanto sia sensato (o insensato) poterla mantenere in una situazione senza futuro. Sappiamo che l’umanità si estinguerà presto, alla fine di questa generazione, come una sorta di specie a tempo. Film ricco di immagini bellissime e piani sequenza magistrali (ci piace pensare che un piano sequenza sia ottimo solo quando non viene notato dall’occhio dello spettatore), tematicamente è attento alle situazioni sociali e a ragionamenti più profondi, che studiano l’uomo in essenza, come la caduta del desiderio e dell’inconscio, la mancanza di progetti ed obbiettivi. E cosa accadrebbe, in questa situazione, se improvvisamente una ragazza rimanesse incinta? Il film comincia dall’annuncio della morte della persona più giovane sulla Terra…

Al posto di questo film ci sarebbe potuto essere MadMax o uno qualsiasi di quelli di Romero oppure un paio di quelli di Carpenter. Ma nossignore, abbiamo deciso di presentare la situazione più plausibile tra quelle presentate. Niente catastrofe nucleare, pfui. Niente epidemia zombie o vampiresca o del virus della malaria contraffatto, bah. L’estinzione dell’uomo avverrà per manifesta stupidità. È stato rilevato che, in queste epoche di hillaryclinton e donaltrump, il q.i. necessario per trovare un partner si sta abbassando sempre di più. Cosa significa? Che abbiamo finalmente abbandonato la logica retriva dell’evoluzione? Forse questo film ha la risposta.

A cura di Giovanni Peparello

Commenti su Facebook
SHARE