Feelm: misteri irrisolti

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A chi non piace un buon film di mistero? Un puzzle o un elemento di suspense che si rivela a poco a poco? È spesso nei thriller che si trova l’impronta più tangibile di un mistero, ma la si può trovare anche in un film dell’orrore, un crime, magari anche uno sci-fi o anche (o soprattutto?) in un ambiente noir. In questi casi la narrazione fornisce un ampio intrigo alla storia che si svolge sulla ricomposizione dei pezzi mancanti fino ad arrivare alla risoluzione finale. Ma, come nella vita reale, a volte non ci sono risposte facili, gli indizi sono stati coperti, le soffiate trattenute, i testimoni svaniscono, le menzogne dilagano e la verità si frantuma, si oscura o diventa del tutto invisibile. Forse il vero dramma riposa nel disfacimento? O nelle ossessioni dell’investigatore, nella scaltrezza del colpevole? In questo nuovo appuntamento di Feelm vediamo come un mistery può essere soddisfacente senza essere necessariamente risolto.

Memento

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Il film di Christopher Nolan è interpretato da Guy Pearce che veste i panni di Leonard, un uomo il cui unico scopo è portare chiunque abbia ucciso sua moglie alla giustizia, o almeno a qualcosa che si avvicini alla giustizia. Il guaio, e ce n’è sempre uno nei film di Nolan, è che Leonard è colpito da una forma di amnesia a breve termine, amnesia anterograda, che gli causa la perdita di memoria a breve termine e l’incapacità di formare nuovi ricordi. La sua confusa memoria è aiutata da una Polaroid, da delle note e da tatuaggi che mette insieme per rintracciare il colpevole e capire cosa è successo a sua moglie. Nel corso della pellicola Leonard interagisce solo con due persone: Natalie (Carrie-Anne Moss) e Teddy (Joe Pantoliano). I misteriosi “amici” di Leonard sono degni di fiducia? Può Leonard fidarsi anche di se stesso? Memento prende gusto nel rivelare che le intuizioni di Leonard possono essere tutte screditate se lui è il cattivo. O è lui?

Rashmon

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Questa meravigliosa lirica e leggendaria opera di Akira Kurosawa racconta la storia del bandito Tajomaru (Toshiro Mifune) che è accusato di aver ucciso un Samurai (Masayuki Mori) e poi violentato la moglie (Machiko Kyo). Nulla è come sembra però, e le cose si fanno via via più complesse. La storia viene raccontata da quattro testimoni, fra cui il brigante-violentatore, la moglie del samurai, la vittima (che parla attraverso un medium), e infine un narratore, che pare sia il più obiettivo dei testimoni. Le versioni sono contrastanti e non si capisce bene quale sia la verità. Parte dell’eredità di questo grande film, oltre a stabilire che cosa è oggi l’archetipo per narratori inaffidabili, è la coniazione del termine “l’effetto Rashomon”, che si riferisce a situazioni del mondo reale in cui numerose testimonianze di testimoni oculari di un evento spesso contengono informazioni contrastanti.

Zodiac

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Zodiac di David Fincher, probabilmente il suo primo vero capolavoro, confonde l’aspettativa del pubblico con la rappresentazione di una storia priva di chiusura, ma che è incredibilmente coinvolgente in tutte le sue parti. Basato sulla vera storia del famigerato killer dello zodiaco e sulla prolungata caccia all’uomo, il film è interpretato da Jeke Gyllenhaal nel ruolo di Robert Graysmith, un vignettista politico del San Francisco Cronicle, che può aver trovato un modo per decifrare le lettere in codice che il killer manda alla polizia e ai media per farsi beffe di loro, e che apparentemente contengono informazioni sul suo passato e sui crimini futuri. Gyllenhaal è assolutamente affascinante nel ruolo di Graysmith e conduce uno strepitoso cast che in include Robert Downey Jr. nel ruolo del report di crimini Paul Avery, e Mark Ruffalo nel ruolo dell’ispettore David Toschi. Tutto il film è un divagazione informale che inganna e termina in un deliberato anticlimax. Fincher mostra una quantità impressionante di compostezza stilistica a cui aggiunge a un sorprendente, sconcertante e preoccupante tour de force.

a cura di Antonio Mancina

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