Feelm: quando mi sento nero e bianco

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In questi gelidi giorni di gennaio cosa potrebbe “riscaldare” di più di un bel film strapieno di effetti speciali e ricco di colori e azione? Cosa potrebbe essere più adatto, per dare la carica giusta per un nuovo anno, del passare un pomeriggio a casa mentre in televisione trasmettono un blockbuster infarcito di mostri, magie, universi alternativi e guerre per il dominio del mondo?

Ci sarebbe un’alternativa: la sua caratteristica è quella di essere perdurata fino ad oggi, contrastando delicatamente l’evolversi sempre più sferzante degli effetti speciali riproposti sempre più frequentemente dall’incalzante digitalizzazione. Chi, infatti, avrebbe mai pensato che il film in bianco e nero, dopo la nascita del Technicolor, avrebbe avuto un impatto fortissimo nel coinvolgere il pubblico? Questo tipo di film in genere fa pensare a qualcosa di consunto, superato; meno di tutto ci si aspetterebbe che, dopo gli anni Settanta, un regista abbia prodotto qualcosa non a colori.
Eppure è così: tralasciando il fatto che i maestri dei film in bianco e nero ci abbiano lasciato una fotografia a dir poco stellare (il che è risaputo)… che il cinema parli per sé! Ecco a voi, dalla redazione Vox, tre macro-esempi che ci illustrano come registi eccezionali, accompagnati da una troupe spettacolare, siano in grado di fare breccia nei cuori di tutti basandosi non sulle “rifiniture di contorno” (come mi piace definirle) ma su ciò che davvero conta nel cinema: il tema, capace di far riflettere sia con una sana risata che senza.

The Elephant Man: pellicola del 1980 di un regista visionario come David Lynch, questo è un film biografico incentrato sulla triste vita di Joseph Merrick, conosciuto nell’Ottocento come L’Uomo Elefante a causa di una malattia rarissima (Sindrome di Prometeo) che gli rese l’intero corpo orribilmente deformato e che lo condannò ad un’esistenza di sofferenza, allietata in parte solo dall’incontro con il giovane chirurgo britannico Frederick Treves. Se al delicato tema del “diverso” in una società bigotta e meschina (non mi pare siamo andati molto lontani) aggiungiamo anche le colonne sonore (accostate perfettamente ai momenti bui così come a quelli di luminosa speranza), l’alternanza efficace delle sequenze chiaroscurali della regia, Anthony Hopkins (che venne consacrato al grande pubblico grazie al ruolo del giovane chirurgo) e John Hurt (il quale, interpretando un ruolo che lo rese quasi irriconoscibile a vedersi, riuscì comunque a ottenere numerosi premi e anche una candidatura agli Oscar) abbiamo un perfetto capolavoro del cinema in bianco e nero “recente”. C’è bisogno di aggiungere altro?

Feelm: quando mi sento nero e bianco

Dead Man: pellicola del 1995 di Jim Jarmusch, si tratta di un film ibrido, a metà tra il western e il grottesco. Tratta la storia di William Blake (Johnny Depp), giovane uomo che, auspicando di essere assunto in un ufficio di contabilità di una cittadina lontana, s’imbarca in una serie di disavventure che lo porteranno ad essere accusato di duplice omicidio e ad avere una taglia sulla sua testa. Ferito, il giovane incontra un indiano da lui chiamato “Nessuno” che lo accompagnerà in un percorso spirituale atto a fargli accettare consapevolmente l’inevitabilità della sua morte. Non si può non citare l’eccezionale interpretazione di Depp, capace di discostarsi dal ruolo di eccentrico buffone caratteristico dei suoi film più celebri (dalla saga di Pirati dei Caraibi a Alice in Wonderland); non si possono non sottolineare i continui rimandi alla poesia dell’omonimo William Blake, la filosofia on the road rivisitata o l’humour nero e grottesco delle sparatorie; che altro rimarcare, inoltre, se non la presenza di Iggy Pop vestito da donna?

Feelm: quando mi sento nero e bianco

Nebraska: l’ultima pellicola che vi suggeriamo è un road-movie particolarissimo, nonché davvero molto recente (2013), diretto da Alexander Payne. Vincitore di tanti premi, racconta con comicità e malinconia la storia di Woody (Bruce Dern), un anziano col passato da alcolista, che testardamente insiste per voler andare in Nebraska per ritirare un presunto premio vinto; il figlio (Will Forte), pur sapendo la verità, decide di assecondare il padre e di accompagnarlo, sperando allo stesso di tempo di riallacciare i legami con lui. Con uno sguardo di riflessione sul rapporto tra genitori e figli, nonché sulle difficoltà della vecchiaia, in un film del genere il bianco e nero non può far altro che raffigurare la storia semplice e spoglia, così come la vita stessa dei protagonisti; semplicità che, come in questo caso, permette di apprezzare ancora di più personaggi solo in apparenza “sullo sfondo”; prendete ad esempio la nonnina volgare ed esuberante (June Squibb): chi non l’ha adorata?

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a cura di Luca Mannea

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