Il FORSE LO È DAVVERO TOUR FINALE dei Fast Animals and Slow Kids (quattro ragazzi di Perugia, ci tengono a precisarlo), venerdi sera 9 marzo è passato da Milano e, come una veloce e potente tempesta primaverile, ha letteralmente demolito i Magazzini Generali. Dopo neanche mezz’ora di concerto il pubblico, pogando, distrugge la transenna sotto al palco. Un omone della sicurezza cerca di richiamare alla calma e Aimone Romizzi (voce e chitarra) risponde: «mi scusi signor bodyguard, mi sa che questa è la sera sbagliata per chiedere di stare tranquilli». D’altronde la musica dei FASK è questa: urlare e farsi male insieme per volersi tutti più bene.

Partono con Annabelle, il primo singolo dell’ultimo album Forse non è la felicità, seguono con Il Mare Davanti, Tenera età e Calci in Faccia, arrivando fino a rispolverare canzoni come Copernico, quinta traccia del loro primissimo lavoro in studio Cavalli, datato 2011.

Canzone dopo canzone c’è una sola regola da rispettare: se sapete dove urlare, urlate con noi. È questo quello che continua a ripete il cantante per caricare a molla la folla.

Aimone dopotutto è la vera guida spirituale della serata, totalmente incontenibile. Dal pubblico gli passano una tavola da surf, lui ci sale sopra e, poco a poco, si fa portare fino in fondo al locale. Sale sul bancone del bar e si scola un negroni a goccia, torna sul palco e la tempesta musicale dei Fast Animals and Slow Kids torna a soffiare forte. Qualche canzone dopo sale sulla balconata, a cinque/sei metri d’altezza, prende un respiro profondo e si tuffa a peso morto sulla folla. D’immproviso, vedendo quella scena, mi vengono in mente le parole di Coperta, canzone eseguita poco prima di questo tuffo: ed io dal canto mio, racconterò di quando al mare non volevo tuffarmi per paura di annegare. Allora è tutto subito più chiaro! Perché forse è questo il motivo per cui, da dieci anni, i Fast Animals and Slow Kids girano per i peggiori locali della penisola a suonare: esorcizzare tutte quelle paure che paralazzino e uccidono. E, raccontarle agli altri, è l’unico modo che conoscono per non farsi sconfiggere del tutto.

È arrivato però il momento degli ultimi due pezzi. Il primo è Cosa ci serve, fortunato singolo del disco Hybris. Però prima la band annuncia che alla fine di questo tour si prenderanno una lunga pausa per viaggiare, tornare a casa e soprautto per scrivere un nuovo album perché come dicono loro: noi si suona finche si muore, noi si sta sul palco fino a sputare sangue rega. Arriva poi il momento di Forse non è la felicità, l’ultima canzone di questo concerto strabiliante. È il momento più romantico. Aimone è visibilmente commosso, e lo sono anche i suoi compagni Alessandro Guercini (chitarra), Jacopo Gigliotti (basso), Alessio Mignoli (batteria e seconda voce). Tutti insieme allora gridano, loro per noi, noi per loro, le parole più belle dell’intera discografia di questa band perugina: Forse non è la felicità ciò che voglio, ma un percorso per raggiungerla. Un alpinista che non vorrà quella vetta, ma solo il rischio di cadere giù. Grazie Fask.

A cura di Giorgio Siciliano

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