Michele Mariniello rilegge in ottica contemporanea la vita di Fantine, personaggio chiave de Les Misèrables di Victor Hugo, guidandola in una reinterpretazione fresca, graffiante e ironica sin dalle prime battute. In scena fino al 22 febbraio al Teatro Libero di Milano.

Cos’è:

Fantine (Sara Drago) si sveglia in un letto di ospedale. Intorno a lei imperversa un caotico frastuono di dolore. La giovane donna rivive intensamente la propria vita e attraverso le sue parole si dispiegano la sofferenza, l’incoscienza tipica del primo amore e le complessità della vita quotidiana che l’hanno portata sin lì: il rapporto coi genitori e la difficoltà di affrontare, sola con le proprie forze, un contesto sociale svilente e dal destino segnato.

Fantine è il ritratto di una donna abbandonata a se stessa. Priva di un rapporto costruttivo con i parenti, trovatasi senza il punto di riferimento sentimentale su cui aveva basato il proprio futuro e con cui intendeva crescere la piccola Cosette, è uno dei tanti personaggi che compongono un’umanità marginale che si ritrova ad affrontare una realtà troppo grande. È il racconto della povertà, di anime che, private dell’ultimo anelito di speranza, non hanno mai avuto gli strumenti necessari per crescere, maturare ed affrontare le difficoltà della vita.

Com’è:

Quartieri popolari, giorni nostri. Il degrado nei palazzi, come negli uomini, tutti grigi e uguali. La terra è desolata, una natura dove la steppa nasce morta. Le case, il bar e gli ospedali sono crocevia di grida, dolori e disagio. Nei punti di ritrovo nessuno si incontra, ma tutti si lasciano andare. A sopravvivere si riesce, ma vivere è un miraggio. E quando nasci in un posto morto è un attimo pensare che non meriti niente di più. L’ambiente sociale influenza la vita di chi lo abita, ne fa venire a galla l’impotenza.

Mariniello mette a nudo la potenza del fato, del destino, la mancanza di strumenti concettuali, sociali ed economici per poter scegliere. Per farlo davvero. E nel contempo sottolinea le conseguenze delle mancate scelte – o di quelle indirette – quanto sia imperioso l’uragano del destino. Fantine non ha scelto di essere nata così, in quel luogo, in quella famiglia. Ma questo fatto l’ha definita. Un po’ come in Hugo, dove il nome le viene dato da un passante. Per caso. E lei si rivede, nel suo nome.

Sullo sfondo, l’amore. Amore come prospettiva, àncora a cui aggrapparsi. Ma che ben presto si rivela come qualcosa di indipendente da lei, anch’esso nato dal caos. Un sentimento che è un bisogno, una necessità per respirare, per plasmare la propria realtà, dargli un senso. Nient’altro che un’apparenza. L’Amore di Fantine diventa una forza cieca in cui lasciarsi assorbire, capace sì di annullare temporaneamente ogni sofferenza, ma artefice di una percezione fittizia che diventa ponte tra realtà e immaginazione. Quando la prima diventa abitudine da cui scappare, entra in gioco il sogno, ma poi finisce col rivelarsi come tale.

Quando la realtà emerge nella sua crudezza, e tutte le forze per affrontarla sono già state spese, diventa difficile alimentare la propria vitalità interiore. Fantine, suo padre divenuto apatico dopo l’addio della moglie, l’ospedale, la periferia, tutto ci dice a gran voce che la vita, nell’uomo, muore con il tempo. La passione si spegne, l’allegria diventa rassegnazione. Non è facile rimanere lucidi e positivi nella sventura. Non è semplice continuare a ostentare energia per mascherare ciò che ci si porta dentro.

Perché Vederlo:

Sara Drago è semplicemente superba. Cambia registro linguistico in continuazione, con una credibilità straordinaria. Narratrice di se stessa, di storie altrui, quindi nei panni di una semplice conversatrice, è protagonista di un monologo in grado di far vivere una miriade di personaggi senza rendersi conto che ci si trovi di fronte un’unica attrice.

Eccezionale anche la presenza fisica. Il corpo, le espressioni, le movenze, il ritmo della voce e dell’azione: tutto segue la fluidità narrativa dell’intreccio e le convulsioni musicali dettati da una regia dinamica. Incredibile la sua abilità di narrare senza l’ausilio della voce ogni vero punto di svolta della vita di Fantine. Mai come in questo caso, regia, attrice, scenografia e musica risultano un tutt’uno capace di creare un’atmosfera ritmata, divertente e al tempo stesso profonda.

Nella drammaturgia di Mariniello, l’ironia e la varietà di registri sono le chiavi del successo. Se la comunicazione della Drago è spontanea, intensa e artefice di un capogiro di stili ed emozioni alternati senza inibizioni, i testi della sceneggiatura, da quelli d’impronta narrativa fino alle basi di pezzi rap resi sul palco, riescono a coniugare da un lato tematiche sensibili e toccanti, dall’altro rime ironiche, sketch da cabaret e metafore come veicoli per esprimere concetti di urgenza sociale. Il risultato è una confezione nel contempo esilarante e toccante.

Inoltre, la chiave di lettura ironica è anche un modo per non prendersi troppo sul serio. Questo concetto stilistico, se vogliamo, riprende l’approccio fondamentale del personaggio di Fantine. Forse, il non prendere la propria situazione troppo sul serio, cercando leggerezza fino a quando le è possibile, è anche l’unica via di uscita rimastale per sopravvivere. Per resistere anche quando, con le emozioni ridotte in cenere, bruciate dalle crude conseguenze della vita, si preparerà ad affrontare un inesorabile impatto.

Fantine
Teatro Libero, Via Savona 10, Milano
Da domenica 18 a giovedì 22 febbraio
lun-sab h21, dom h16
Regia e drammaturgia di: Michele Mariniello
Cast: Sara Drago
Aiuto Regia: Nicolò Valandro
Produzione: ServoMuto Teatro
Scenografia: Silvia Cremaschi
Sound desgn: Fabrizio Frisan
Testi canzoni: Giancarlo Latina

A cura di Federico Lucchesi

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