La fabbrica-giardino: quando Olivetti incontra Le Corbusier

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Adriano Olivetti ispirato dall’ideologia comunitaria francese, incontra i principi del Modulor e dell’architettura a misura d’uomo di Le Corbusier.

Il primo aspirava ad una struttura che accogliesse l’operaio nella sua totalità di sentimento, pensiero ed istinto. In questo senso Olivetti è forse il primo a rivoluzionare la concezione tradizionale legata alla fabbrica, discostandosi dall’idea di una struttura dedita allo sfruttamento di manodopera spersonalizzata. Il suo obiettivo era quello di far sentire il lavoratore inserito in una realtà che non lo giudicasse solo come forza lavoro, ma al contrario l’imprenditore canovesino voleva realizzare il connubio perfetto tra lavoro e ambiente circostante. Per questa ragione si avvicina ai lavori architettonici del francese Le Corbusier, che stava già realizzando dei piani urbanistici in linea con questa concezione.

Da questa idea si dà il via ad un nuovo modo di vedere le cose e rapportarsi con il mondo.  L’imprenditoria va ad incontrare l’architettura e viceversa.

La fabbrica diventa creatrice di idee, oltre che di oggetti concreti destinati all’assemblaggio di marchingegni e ben presto accoglie le menti più brillanti e creative in circolazione. Ciò a dimostrazione dell’inventiva e dell’innovazione olivettiana.

La fabbrica-giardino: quando Olivetti incontra Le CorbusierLa fabbrica-giardino: quando Olivetti incontra Le Corbusier

Immaginatevi quindi un’immensa struttura di vetro, senza tende, in cui trionfa la luce. Immaginatevi poi di trovarvi dentro, ad ascoltare le menti di intellettuali parlare e proporvi nuovi modi di concepire la fabbrica stessa. Siete ancora dentro, vi girate intorno e riuscite a vedere dalla trasparenza del vetro il verde tutt’intorno, gli alberi e ogni forma di natura che sapientemente non è stata mortificata. Nella “città dell’uomoc’è qualsiasi cosa di cui si possa aver bisogno e desiderare, è un vero e proprio centro benessere, che però non dimentica anche la funzione per cui è stato creato: il lavoro. Ma in forma diversa da quella che si potrebbe pensare, un lavoro più rilassato, sollecitato alla creazione e totalmente distante dalla prigione che rende l’uomo un’ombra di se stesso, intento ad effettuare le stesse azioni giorno dopo giorno, diventando un automa mosso solamente dalla propria frustrazione e da un senso del dovere destinato a ridursi velocemente.

Tommaso Moro, circa 5 secoli prima, l’avrebbe chiamata Utopia.

Una parola bellissima, questa, che lascia la possibilità all’immaginazione di unirsi alla speranza per fare credere l’uomo in qualcosa, una ragione di vita che per il momento, almeno su questa terra, lo porti in salvo. 

Come la luce che entra prepotente nella fabbrica di Olivetti o nelle architetture di Le Corbusier, arriva questa forte energia nel farci sperare in qualcosa di migliore, che ci tende come un arco prima di scoccare la freccia. Tutto il mondo è in tensione, soprattutto oggi che si fa a gara a chi consuma prima per essere in grado di trovare altro verso cui tendere.

Bisognerebbe però ricordarsi di ciò che abbiamo intorno e che spesso tendiamo a tenere fra parentesi, come certezze a cui possiamo aggrapparci una volta perso l’equilibrio. In questo senso il verde di una natura rigogliosa e fertile, non viene uccisa per fare spazio a cemento e calce, ma convive con essi. Il vetro della struttura, anche se nato da mani umane, non offusca la realtà circostante, ma si pone come un filtro invisibile, un sipario aperto che mostra lo spettacolo della vita.

La fabbrica-giardino: quando Olivetti incontra Le Corbusier

Quindi, per quanto possa essere stata un’Utopia quella di Olivetti, alla fine ha funzionato. Vuoi perché Olivetti era un ragazzo matto e coraggioso, o perché quello in cui credeva non era qualcosa di effimero, ma al contrario aveva le basi solide, ben piantate nel terreno della sua convinzione.

Pertanto mi piace credere in questo come una forma d’arte preziosa, radicata nello spirito e in grado di farci sentire orgogliosi e soddisfatti ogni volta che la si osserva nella sua concretezza. Nel caso specifico di Olivetti, la sua ambizione si è concretizzata nella fabbrica di vetro, che oltre ad essere ancora oggi ricordata come esempio di lungimirante imprenditoria, è anche simbolo dell’emancipazione umana e di un rinnovato desidero di tornare allo stato di natura roussoniano, dove l’uomo era ancora sensibile e incapace di gridare guerra alla natura. 

A cura di Elisa Zampini

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