ELITA DESIGN WEEK FESTIVAL: DAY 5 (LIVE REPORT)

384

A cura di Manuela Clemente

Domenica, 19 aprile 2015. Milano. Per molte persone oggi è stata l’ennesima domenica qualunque, di quelle tristi, monotone e in serie, quelle che l’unica gioia vera della giornata: la pasta al forno della nonna a mezzogiorno.
Per molte altre, invece, si è trattato di una domenica differente, di quelle insolitamente speciali. Quelle che sanno di vita piena e delirante, quando ti svegli carica, hai voglia di buttarti nel mondo e il mondo ti accoglie, torni a casa e vai a letto col sorriso. Le giornate che generalmente, insomma, non sono le mie – fatta qualche eccezione.

Da quando il Design Week Festival è iniziato, la città è stata messa a dura prova. Travolta da programmazioni di ogni sorta, assediata in ogni suo vicolo, giardino e stabile di qualsivoglia capienza, chiamata a rispondere all’entusiasmo della gente ogni giorno, per sei giorni di fila, Milano ha saputo resistere. Non solo. Ha mantenuto costante il vezzo di reinventarsi in forme sempre diverse a ritmo delle 24 ore. E se questo è stato possibile, è soprattutto grazie ad Elita: anche quest’anno il premio di “best daily restyling ever” se lo porta a casa lei.

Il display del telefono segnava le 19:00 quando, tra una metro e poi un tram e poi ancora una manciata di metri a piedi, raggiungo l’ingresso del Franco Parenti. Ad attendermi lì un paio di amiche e il solito cazziatone del mio capo per l’altrettanto solito, lieve ritardo. Un suono etereo aveva già iniziato a farsi sentire da lontano; più ci si avvicinava alla main room, più questo diventava forte, chiaro e pulito. Non c’è stato bisogno di avvicinarsi al palco per sciogliere ogni dubbio: l’inconfondibile mano di Dardust era lì sul piano a disegnare la strada per la Terra di mezzo tra il minimal e l’elettronica nordeuropea. Difficile non lasciarsi incantare dalla poesia della sua musica strumentale, dal sapore prettamente d’universo.

La breve pausa tra un live e un altro, permetteva di respirare e fare propria l’atmosfera familiare e adrenalinica raccolta in teatro. Fiumi di gente si muovevano per osmosi dal piano bar al piano food al giardino esterno. Il bel tempo, la buona musica, gli amici di sempre: intendevo esattamente questo per le domeniche d’eccezione. Poi la musica riparte. Si rientra al volo in sala. Sul palco due figure, nella mia testa quattro lettere: Coma. Ci sono voluti tre anni di attesa per il loro EP “In Technicolor”: ne è valsa davvero la pena. Con la scelta di voler rivoluzionare il loro sound elettronico da una veste in black&white ad un’altra in colori pantone hanno rischiato molto, ma solo chi rischia nella vita alla fine riesce. E loro ci avevano visto molto lungo: il risultato è stato strepitoso.

A metà serata però, l’aria è cambiata. In volo diretto dal Brasile è entrato in scena Gui Boratto e l’unica cosa che avrei desiderato dirgli era Please don’t take me home sull’onda del suo brano omonimo. Le casse hanno iniziato ad irradiare la bellezza di “Abapuru”, il suo quarto, meraviglioso album. Un caleidoscopio di impronta house, idm, ambient e minimal – per far contenti un po’ tutti – dai tratti puramente esotici. E il clima di festa, in vero stile brasileiro, non poteva di certo essere interrotto dagli appariscenti Ninos Du Brasil. Scatenati più che mai, hanno demolito le percussioni e aperto in due i microfoni. E tra lanci di coriandoli e riproduzioni in scala del Carnevale più famoso del mondo, “Novos Mistérios” ha trovato l’accoglienza che meritava. Un album sorprendente, partorito dalla fusione di elettronica e batucada: ascoltarlo restando fermi sarebbe stato illegale.

A chiudere la serata, stemperando la febbre tropicale e alzando al massimo il livello di qualità sonora, non potevano che accompagnarsi due pezzi di storia: l’emblema dell’acid jazz e dell’urban music, Gilles Peterson, e il reduce della Beat Generation fuori dal tempo Mc Earl Zinger. L’unica cosa possibile in quel momento era lasciarsi trasportare nel mondo del jazz popolare e oscuro, misto ai rumori elettronici e sporchi della città, da due che ne sapevano, e non poco. Terminato anche il loro live, era arrivato il momento di lasciare il teatro.

Far passare in secondo piano rispetto all’entusiasmo un’osservazione che ha accompagnato la mia giornata, però, non si può. Penso che la crew di Elita sappia realmente cosa significa fare ‘intrattenimento’, e il bello di questa presa di coscienza è aver capito che non si tratta solo di questo. C’è una magia nell’essere umani che permette ad ognuno di capire e interpretare i bisogni dell’altro. E c’è chi lo sa soltanto, e chi di questo ne fa un mestiere. Intrattenere gli altri, soddisfandone i desideri di felicità attraverso gli strumenti dell’arte, è qualcosa di sublime. Stasera posso dire che l’arte ha toccato le corde giuste dell’anima, e non solo della mia. Io torno a casa felice, ed Elita con un grazie dal profondo.

Commenti su Facebook