Elena Ferrante e l’anonimato innocente.

503

In un normale articolo che tratti di letteratura si potrebbe iniziare con alcuni cenni biografici sull’autore o sull’autrice, ma com’è chiaro dalle polemiche delle ultime settimane non è questo il caso.

Elena Ferrante è uno pseudonimo, uno dei più solidi ed intriganti, una scrittrice prolifica e particolarmente chiacchierata che con la saga L’amica Geniale ha recentemente riscosso un successo internazionale. Quattro libri così potenti e coinvolgenti da sorpassare le massaie sotto gli ombrelloni, aggirare gli scaffali dei saldi autunnali e volare fino a New York, creando un vero e proprio caso letterario.
Sì, all’estero hanno sempre avuto una passione particolare per l’idea di italiano “rustico”, pizza, mafia e mandolino, ma poco importa, quando una storia è follemente buona lo è e basta, che tu sulla pizza ci metta il pomodoro o il ketchup.

Questa fama gioiosa e frenetica, che presto culminerà in una serie tv (a cui la Rai ha generosamente rinunciato), avrebbe dovuto portare con se solo orgoglio ed ammirazione. Invece ha alimentato il fuoco sotto al sedere dei media, che forti del valore attribuito alla privacy nel 2016 hanno dato inizio ad un toto-nome peggio di quello per il Royal Baby n°1 e n°2, inaugurando così il nuovo passatempo dei mezzo-pensionati che rinunciano ai francobolli perché c’è la crisi.

Ed è più o meno in una dinamica di questo tipo che si inserisce l’episodio di questa domenica. C’è da chiedersi quindi quale passatempo abbia trascurato Marco Santagata, scrittore finalista del premio Strega, per dedicare così tante energie a “smascherare” la sua collega scrittrice. Tentativo tra l’altro immediatamente scoraggiato dalla casa editrice E/O e dall’accusata stessa che hanno entrambi gentilmente smentito. “L’accusata” sarebbe la docente di storia Marcella Marmo, colpevole di aver frequentato la Normale di Pisa in anni compatibili a quelli descritti nel romanzo e di essere napoletana, una colpa insomma abbastanza diffusa. Certamente quest’impresa da Ispettore Gadget ha dato modo al Corriere della Sera di alzare un piccolo polverone che andrà avanti fino ad esaurimento tweet. Un gossip su cui marciare per qualche giorno insomma, ma per guadagnare cosa? Un buon libro lo si legge anche senza foto sul retro copertina, e questo dai lettori della Ferrante non è mai stato messo in dubbio.

Chiunque poi abbia letto questi libri con un minimo di partecipazione emotiva e non per stare al passo con i discorsetti colti da apericena, capirebbe quanto delicato e fragile sia il meccanismo di eventi che sta dietro ogni riga. Ci vuole stomaco per leggere alcuni episodi descritti, ancora di più per capirli; e se è pur vero che uno scrive di quello che conosce, forse è l’anonimato stesso ad incoraggiare forme e ritratti sempre più vivi e vibranti, e ad una scrittura che riempie così tanti vuoti non possiamo proprio rinunciare per colpa di qualche capriccio del mondo editoriale. E’ diventata dunque una colpa tutelarsi e tutelare il proprio mezzo di espressione in un’epoca che tende favorire le libertà del singolo?

Noi proprio a questa persona che con tono calmo indica una ad una le nostre libertà e ci ricorda che nessuna di esse è stata una conquista gratuita, rispondiamo con tutta la freddezza e l’egoismo della contemporaneità, con le pretese meschine del tutto subito, tutto pubblico. La pretesa che tutti si adeguino e accettino di lavare i propri panni sporchi attraverso uno schermo, esibendosi per appagare il nostro voyeurismo.

Quindi, in un mondo in cui sembrano contare solo i teatrini e le apparenze, la vera colpa di Elena Ferrante è quella di non voler apparire affatto?
Personalmente mi auguro che la signora Ferrante sia seduta sul suo divano, nella tranquillità del suo covo segreto, a farsi due risate.

A cura di Anna Bellelli

Commenti su Facebook
SHARE