Reprimere un artista è un crimine: significa uccidere una vita che germoglia!

Già da queste parole, è chiara l’immagine che Schiele vuol far valere di sé.

Da sempre un personaggio fuori dagli schemi e dalle rigide regole imposte dall’accademia artistica, Egon Schiele nasce il 12 giugno del 1890 a Tulln an der Donau (in bassa Austria) e muore il 31 ottobre del 1918 a Vienna, a soli 28 anni.
La grande personalità di questo pittore, pupillo del celebre Klimt che gli insegnerà l’inconfondibile tratto morbido e ondeggiato in grado di unire sintesi e astrazione, viene stroncata sul nascere dalla febbre spagnola.

La sua è stata un’esistenza seppur breve molto intensa. Condizionata anche dal contesto storico in cui è inserito, Schiele incarna esattamente la frustrazione dell’individuo che si ritrova ripiegato su sé stesso e tormentato dalle angosce della propria persona. Nello specifico lui aveva solo una qualità in più rispetto al soggetto comune: era in grado di trasporre questo malessere su carta. Attraverso i suoi colori pastello, esprimeva al mondo quello che tanti non riuscivano – e non riescono tutt’ora – ad esternare.

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L’arte di Schiele è contaminata dal trasformismo culturale che Vienna ha vissuto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando l’utopia della Secessione stava lasciando spazio all’avanzata dell’Espressionismo.
È un periodo, questo, caratterizzato da una feroce nevrosi che è libera di mostrarsi in tutte le opere dell’artista. Non è un caso che un soggetto frequente che gli sta molto a cuore, è il nudo (soprattutto femminile).

Sia per essere un tema tabù e quindi scomodo per la società del tempo, sia perché il corpo femminile era molto caro a Schiele per forma e raffinatezza, il sesso era un concetto che meglio si prestava alla linea raffinata del pittore.
I personaggi da lui descritti, però, rimanevano afflitti dai mali del loro tempo, dalla rassegnazione che li lasciava sconfitti e inermi di fronte ad una società corrotta, assumendo- sulla tela- la fisionomia di marionette impersonali, che senza un burattinaio in grado di farle vivere, risultano inutili e destinate inevitabilmente alla caducità del tempo.

La volontà di Schiele era quella di presentarsi come nuovo demiurgo dell’orrore e della follia che emergono dentro e fuori dal sé. Allo stesso modo, il sesso delle sue tele viene presentato in maniera distruttiva e dannata, debilitante e limitato, con lo scopo di descrivere le pulsioni della carne, senza nessun ornamento di tipo emozionale e sentimentale.

Nel lavoro di Schiele non c’è abbellimento, ma piuttosto si manifesta il desiderio di liberarsi da un peso, un’oppressione, e per farlo l’artista non si riduce a decorare la trama bianca delle sue tele, piuttosto utilizza questo spazio come unica risorsa per lasciare – qui inteso letteralmente – il morbo che la sua anima, ormai troppo stanca, si è stufata di portare.

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Così il sesso non incarna il tabù di un concetto inespresso dalla società del tempo, al contrario viene presentato attraverso lo stesso linguaggio della paura mista a curiosità e dello strazio adolescenziale. I quadri di Schiele contengono un misto d’istinto e repressione che sono in costante lotta fra loro, e per questo deformano le vere istanze dell’individuo che li prova.

Osservando il lavoro del pittore austriaco ci si trova di fronte a noi stessi, nudi e senza preconcetti pronti a gravarci sulle spalle. Il disegno di Schiele è una riaffermazione di quello stato primordiale che l’uomo sembra aver ormai accantonato da troppo tempo.  L’avvilimento e il dolore enfatizzati dalle incurvature della linea, servono a sottolineare la difficoltà nel percorrere quel processo a ritroso che consentirà di riconoscere noi stessi, per come eravamo e come siamo sinceramente.

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A cura di Elisa Zampini

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