Ed Sheeran, a man and a guitar @ Alcatraz

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A cura di Martina Serena Franchetti 

Una fredda serata milanese è stata riscaldata dalla voce e dalla chitarra del cantautore britannico dai testi delicati e dal sound deciso. Giovedì 20 novembre Ed Sheeran si è esibito sul palco dell’Alcatraz di Milano per le deliranti fan italiane.

Ore 19,00 – Maciachini, periferia non tanto periferica al nord-est di Milano. In lontanza, un ritmico vociare accompagna la mia passeggiata dalla fermata della metropolitana fino al numero 25 di via Valtellina. Immediatamente quelle voci prendono forma in due file, non così ordinate, di groupie girl scalpitanti, sprezzanti del freddo, presumibilmente in attesa da ore, pronte a tutto pur di raggiungere il prima possibile il palco su cui il bel rosso dai variopinti tatuaggi dovrà esibirsi.

Alcatraz, Milano, la sicurezza apre le porte e un’orda indistinta di adolescenti gremisce il parterre. Dopo qualche attesa e qualche bianco non così artistico, una sagoma compare sul palcoscenico e si presume abbia inizio l’apertura del concerto. Purtroppo le urla insensate del pubblico per lo sconosciuto che abbraccia una chitarra acustica non mi hanno permesso di capire chi fosse o cosa stesse dicendo, solo a fine concerto sono riuscita a dare un nome a quella figura timida che ho scoperto essere Jamie Lawson. Ad un primo impatto, lo descriverei come un tipico musicista scozzese, carino sì, ma forse un po’ insignificante, sicuramente svantaggiato da una pessima acustica. Mentre lo osservo, strattonata da una mischia disinteressata, mi ritrovo a pensare «sarebbe perfetto per la mia playlist spotify: “Chilly sunday on the couch”». Sapete, quel tipo di playlist da domenica pomeriggio con una tazza di tè e un buon libro. Di certo Jamie Lawson non ha brillato per la sua anima pop, né tanto meno come intrattenitore da riscaldamento preconcerto.
Andando avanti, dopo qualche altro minuto di buco, mentre Ed è ospite negli studi di Sky per fare la sua ospitata ad “X Factor”, una band inglese fa il suo ingresso, i Saint Raymond. Quattro ragazzi, batteria, basso, chitarra e voce. Uno stile indie rock nel vestire, ma con riminescenze anni ’90 nel sound, rocker londinesi con un gusto vintage. Se possiamo definire vintage lo scorso ventennio. Talmente classici da sembrare alternativi. Tuttavia, oltre ad una batteria talmente potente da essere protagonista e una chitarra niente male negli arpeggi e nelle armonie, la presenza scenica della band è abbastanza piatta. Le canzoni non spiccano per originalità o orecchiabilità, e la voce del cantante non brilla per timbro o estensione. Inoltre il frontman pareva quasi che si stesse annoiando, forse qualcuno avrebbe dovuto avvertirlo che quello non era un sound check. Insomma, nessuno, tranne il chitarrista, che andrebbe maggiormente valorizzato sia per la presenza scenica che musicale, nessuno su quel palco sembrava si stesse divertendo. L’impressione era quella di un gruppo non navigato, chiuso, forse, troppe ore in studio e non vissuto, consumato, in esibizioni live. In definitiva, non mi sento di stroncarli del tutto, ma c’è ancora molto da lavorare. E per l’amor di Dio, qualcuno dica al cantante che nemmeno Bruce Springsteen ha cambiato tante chitarre in tutta la sua carriera quante ne ha cambiate lui durante la serata.
Ma passiamo al protagonista indiscusso, Ed Sheeran, ovviamente. Colui per cui decine di fan si sono sentite male. No, non sto esagerando. A metà concerto mi sono ritrovata in quarta fila, tante sono le ragazze che hanno rinunciato e si sono dovute allontanare.

Ma parlando di musica e di arte, Ed arriva con passo timido, ma deciso sul palco dell’Alcatraz e inaugura la serata milanese con I’m a mess, successo estratto dell’ultimo album X. Dietro di lui solo tre pannelli dove, ad intermittenza vengono proiettate animazioni e immagini. Nessun altro artificio scenico, se non Ed con in braccio la sua chitarra.
La tracklist alterna pezzi del suo primo disco + come Lego house e nuovi singoli Sing, Nina, Take it back, One e altri. La performance del rosso britannico si è contraddistinta per un grande gestione del fiato e intro originali per ogni singolo brano, ha inoltre omaggiato il suo pubblico con un tocco d’eleganza improvvisando Con te partirò di Andrea Bocelli. L’unica nota stonata, secondo il mio parere, è stata l’assenza di una band da accompagnamento e seppur abbia ugualmente funzionato visivamente e scenicamente, acusticamente parlando, l’uso di basi e la mancanza di strumenti suonati dal vivo, ad eccezione per la sua chitarra, hanno inciso sulla qualità sonora dell’esperienza musicale. Tuttavia il ragazzo dalla faccia pulita ha riempito con la sua fisicità l’intero palco, canalizzando nella sua musica tutta l’attenzione. Ed Sheeran suona la chitarra come se le corde fossero un’estensione naturale delle sue dita. La sua esibizione dal vivo è stata una vetrina sull’artista, una finestra spalancata sulla sua anima, Ed trasuda amore per la musica in ogni suo gesto, un amore che lo consuma quasi fino ad estraniarlo e in questa visione pare impossibile immaginare anche solo di competere con questo sentimento, tanto da emozionarsi nel solo assistervi. Devo, però, ammettere che mi piacerebbe incontrarlo in un altro contesto, magari in un piccolo caffè a Londra o in un teatro, il silenzio, lui e la sua chitarra. Ad Ed Sheeran non serve altro, la sua musica è empatica, la sua passione è straripante, il suo talento è inevitabile.

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