In Antichrist – film di  Lars Von Trier – è presente un dualismo di fondo tra ciò che è razionalità e ciò che è invece istinto, un conflitto costante tra Lui (Dafoe) che incarna in maniera audace e talvolta prepotente la Ragione, e Lei (Gainsbourg) con la sua indole al male, alla sessualità e al piacere, i due protagonisti risultano dunque essere i rappresentanti di Cultura e Natura, di Logica e Caos.

Dai primi minuti del film si notano i due diversi gradi di sofferenza dei coniugi, la donna, infatti, soffre delle pene strazianti per la morte del figlio, lui no, il suo unico interesse è fare uso della ragione per l’elaborazione del lutto della moglie, si instaura così un dualismo divino(già evidente nei primi dialoghi, grazie alla presenza di cromature celesti negli abiti e negli arredamenti della casa): la pietas della donna e la razionalità dell’uomo. È chiaro però come questo dualismo non sia destinato a perpetuare, una delle due forze è destinata a sopraffare annientando l’altra definitivamente.

Sono tanti i riferimenti che ci fanno capire il ruolo fondamentale che svolge la Natura nell’opera, il primo è già presente nell’iniziale dialogo tra i due in ospedale, dove grazie ad una lenta carrellata in avanti, si inquadra un vaso di piante, riuscendo a focalizzare e ad anticipare l’ambientazione in cui si svolgerà l’azione, il bosco. Eden è il nome del luogo più temuto dalla donna, quel bosco che nel proseguo del film diventa sempre più sinistro ricordando la selva oscura dantesca.

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Il tema della dualità è presente anche in in un altro film della trilogia del regista, si tratta della complementarità tra le due protagoniste di Melancholia, Claire e Justine, un dualismo già presente nel prologo, che non esclude ancora una volta la Natura come protagonista (ombre impossibili date dal Sole e da Melancholia).

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Una mora e l’altra bionda, le due sorelle hanno visioni opposte del mondo, se infatti Justine è disgustata dalla malvagità umana, Claire, così come richiama il suo nome, è legata ai principi illuminati di razionalismo, che vede pienamente realizzati nel marito, anche se in lei si nasconde una paura profonda verso l’oscura realtà che scorge invece nella sorella, da ciò il legame che in maniera intrinseca risolve l’antitesi di cui sono espressione le due sorelle.

In Melancholia tuttavia non sono necessarie torture, violenze o stupri per significare il dolore della donna, il personaggio di Justine è un passo avanti rispetto alla protagonista di Antichrist, il Male è lucidamente compreso da Justine, da essersi ormai interiorizzato in lei. Una rivelazione aperta, piana e didascalica del Male che non necessita di tutte le allegorie presenti in Antichrist. Il personaggio interpretato da Charlotte Gainsbourg in Antichrist e quello invece di Kirsten Durst in Melancholia sono accomunati da una struttura tripartita: in entrambi vi è un prologo rallentato e stilizzato; una prima parte in cui si ha il tentativo di, elaborazione del lutto per la prima, un approccio al mondo borghese e fittizio per la seconda, e infine una seconda parte in cui, con il fallimento del tentativo, l’illusione è scardinata.

È necessario però adesso portare alla luce la significativa differenza tra le due pellicole, differenza considerata come il “più potente dei paradossi”: se in Antichrist era stata la ragione di Dafoe a trionfare sul male incarnato dalla donna-strega, qui al contrario il trionfatore è il Male con la conseguente estinzione della vita umana sulla terra. Un finale che, appunto in maniera paradossale, non risulta essere un finale amaro, dove la violenza della razionalità trionfa sulla donna apocalittica, qui la donna, apostrofata “profeta”, ha il sorriso sulle labbra, vittoriosa sulle menzogne degli illuminati razionali, vede trionfare le proprie ragioni anche se queste siano la fine del mondo.

lars von trier

Vi è, in conclusione, una relazione che accomuna le tre protagoniste esaminate, esse si avventano con forza e con coraggio contro le mistificazioni degli uomini, tentano di portare la salvezza tra i mortali, ma finiscono per rivelare l’ “insalvabilità” e il definitivo trionfo del Male. Cominciamo con Lei, inizialmente s’affida alla scienza del marito per curare il proprio dolore poi però da donna-strega, cerca di uccidere il marito e svelare il dominio del maligno; l’altra è Claire, madre premurosa, guarda al mondo con speranza, inizialmente sicura di sé e fiera dell’appoggio del ricco e colto marito borghese illuminista, poi distrutta dalla progressiva consapevolezza che quella scienza è fallace e fallimentare; la vera vincitrice tra le donne qui presentate risulta essere proprio Justine, la quale abbandona nella seconda parte i tratti sovversivi, non è più in lotta con il mondo perché questo gli ha dato ragione, è serena e sorridente, in possesso di una verità crudele ma, nella sua fatale necessità, solida e pacifica. Il trionfo di Justine è tuttavia sempre paradossale, seppure Claire fallisce nel suo tentativo salvifico e muore definitivamente, Justine muore ben prima dello schianto di Melancholia, Justine è morta da sempre.

Il regista associa la figura della donna all’essere irrazionale, ma perché ? Accusato spesso di misoginia, Von Trier non è poi così distante dal pensiero della tradizione, basti pensare alla regina cartaginese descritta con empatia da Virgilio nell’Eneide. Didone, moglie di Enea, è infatti per certi aspetti molto vicina al personaggio femminile descritto in Antichrist. In Didone è presente un fuoco che la tormenta e non le da pace, follemente innamorata, non può sopportare in maniera razionale la partenza, seppur per volere divino, di Enea verso l’Italia. In preda al furor, rivolgendosi all’amato, si ritiene ingannata, abbandonata, rimpiange la mancata maternità e infine preannuncia la sua morte. Dinanzi a queste parole, l’eroe, rappresentante anche qui della razionalità, seppur con dolore, sa che è più giusto assecondare il volere divino e andare oltre le accuse di ingratitudine e di insensibilità espresse dalla donna.

Seppur a distanza di secoli e con un’accezione diversa, la foga, il furor, è l’elemento che pervade anche nella protagonista di Antichrist, il salto temporale però fa conseguire un finale che, se per certi aspetti è simile tra le due opere, evince una sostanziale differenza. In genere, nella linea della tradizione, è la donna a procurarsi la morte, mentre l’uomo la riceve da altri, Von Trier in questo aspetto si discosta dall’opera virgiliana e in genere dalla tradizione classica, facendo agire direttamente la forza bruta dell’uomo nei confronti della donna, il prevalere della sua razionalità; nell’Eneide, invece, è la donna a uccidersi, tuttavia compie l’atto con la spada datale in dono dall’amato, a significare la presenza allegorica di Enea nel gesto, seppur non presente fisicamente. Il risultato rimane comunque identico: sconfitta della donna irrazionale, vittoria dell’uomo razionale.

A cura di Riccardo Basilio

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