DONNA TARTT, 1963 MG

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A cura di Elisabetta Lisa

Categoria farmacoterapeutica: scrittrice statunitense, vincitrice del premio Pulitzer 2014

Principio attivo: classicismo 10 mg, dionisismo 5 mg, neo-noir 7 mg, miasma ellenico 25 mg

Eccipienti: John Constable, Terrence Malick, Flannery O’ Connor, Rembrandt, J. D. Salinger

Composizione quantitativa: tre romanzi scritti in poco meno di trent’anni

Composizione qualitativa: in un rantolo di fascinazione che non si estingue, in preda a un’euforia da baccante, esalazioni fetide di cupidigia mi spingono a non consigliarvi questa scrittrice, a celarne la grandiosità. Chi dice che la bellezza vada per forza condivisa? E’ o non è il frutto di conquiste personali, circuito di una maturazione individuale severa e tagliente? E chi è disposto, in fondo, a sminuzzare parti della propria bellezza acquisita, a vederne deprezzato il valore, a immolarla in nome di una democratizzazione delle esperienze?
Se continuassi su questa linea, tralasciando l’incipiente senso di colpa che avvertirei, e se realmente credessi in quello che ho appena sostenuto, probabilmente non sarei qui a cercare di chiarirmi le idee su questa scrittrice e a faticare per renderle leggibili.
Proverò partendo proprio dalla bellezza.
Donna Tartt scrive di essa, della grande bolla d’aria che circonda ogni esteta che si rispetti, della pericolosità insita nell’ossessiva ricerca della perfezione. Scomodando pittori fiamminghi e tutta la classicità in suo potere, coltiva personaggi acerbissimi, divisi tra l’atteggiarsi a adulti consapevoli e colti e umiliazioni infantili non ancora superate.
A una prima, parziale analisi, sembra individuare una redenzione adeguata al male dei suoi protagonisti ventenni nel totale congedo dal mondo fenomenico, nell’obnubilazione di una già scarna moralità, fino a un totale abbandono a rituali dionisiaci e alle brutali conseguenze che ne derivano.
Apparentemente tutto si concluderebbe in una sublimazione fine a se stessa di un’esistenza votata alla bellezza, all’ottusa ricerca di una chiarificazione esistenziale attraverso l’ottemperanza pedissequa a dettami culturali, anche quando questi ultimi oltrepassano di molto il limite della ragione.
Ed ecco che arriviamo al secondo step necessario per comprendere Donna Tartt: il senso di colpa.
Tardi o presto, la colpa, l’ammissione delle proprie debolezze, il fallimento degli ideali, si palesano come i reali punti d’approdo di un giudizio morale che la scrittrice fa riaffiorare lentamente, o solo dopo aver cancellato tutte le possibilità di redenzione.
Tutto nei suoi libri è ovattato dall’ancestrale colpa del vivere e non bastarsi mai, del vivere e non saperlo mai far bene, dell’amare e dimenticarsene.
L’imperativo finale è: Χαλεπα τα καλα (Xhalepa ta kala) ovvero “La bellezza è severa”. Un monito dunque, quello conclusivo, il quale sembra dire che non v’è sempre consolazione o espiazione negli ideali, nella cultura così freddamente intesa e che la bellezza, quando diventa feticcio, immancabilmente è destinata a corrompersi.

Indicazioni: chi è in fondo Donna Tartt e dove vuole arrivare? O, meglio ancora, cos’è che realmente scrive?
Probabilmente il genere più immediato nel quale riesca a imbucarsi è il romanzo di formazione, con numerose deviazioni neo-noir e ammodernamenti da campus novel, nonché “classicheggianti” ammiccamenti a Dostoevskij, Dickens, Salinger e tutta la vecchia combriccola che si scomoda quando si vuole dire di aver inteso la lezione su come scrivere dei giovani e dei loro problemi.
E in parte la Tartt la lezione l’ha intesa. Dato inestinguibile è l’interpretazione “solistica”, paragonabile a nessuno tra i contemporanei, che da della solitudine umana dinanzi a una delle scelte fondamentali dell’esistenza: staccarsi dall’infanzia e decidere di diventare qualcuno. L’assenza di guide adeguate, lo spauracchio del fallimento e tutti quei tentativi bizzarri che solitamente si commettono in adolescenza per darsi un tono, si ergono a emblema di un’età che la scrittrice sembra conoscere bene e che non teme di descrivere per quello che è realmente, brutale summa di disastri, fraintendimenti, improvvisazione e presunzione.
Come degna conclusione di quanto detto, più che una citazione, mi sovviene uno degli ultimi fotogrammi tratti dal film il Laureato di Mike Nichols. Ricordate lo sguardo finale, misto di felicità, sgomento e irresolutezza, che il giovanissimo Dustin Hoffman rivolge alla donna che ha appena rapito? Donna Tartt parla di quello.

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