«Ammore»

Dogman è “Il film” di Garrone. Quello per cui verrà ricordato, quello che gli potrebbe far vincere l’Oscar. Ispirato alle vicende del “delitto del Canaro”, è una fiaba contemporanea sulla natura umana. Spietata, carnale, dolorosa.

Matteo Garrone è romano dei Parioli, dove il Canaro si conosce solo grazie alle notizie lette sul quotidiano la domenica mattina davanti a un caffè caldo. È figlio d’arte, e non c’è niente di male ad esserlo, ma devi essere bravo, il più bravo di tutti. E lui lo è.

La sua è una parabola ascendente iniziata nel ’96 con Terra di mezzo. A seguire Ospiti e Estate Romana, storie di vita, lentissime, incredibilmente reali e sincere. È nel 2002 con L’imbalsamatore che Garrone inizia a far capire agli spettatori la sua vera cifra stilistica. Prende la cronaca, quella nera, prende colpevoli, imperdonabili, e li racconta, li mette a nudo e favoleggia. Tre anni fa esce Il racconto dei racconti, ispirato a una raccolta di novelle del 1600. Ecco il suo lato sinistro. Ritroviamo il sangue, la perversione umana, l’impossibile che possibile diventa ma non c’è cronaca, non c’è terra conosciuta. È lontano, lontanissimo da tutto quello visto fin’ora. È un percorso, quello che porta al fantastico, che Garrone preannuncia già in Reality, epopea del fruttivendolo di paese che vuole andare al Grande Fratello, e che trova il suo akmé in Dogman.

Dogman comincia al buio, come tutte le storie migliori, e le favole della buonanotte. E nel buio un ringhio d’animale, un pitbull, che non vuole lasciarsi lavare. Ma Marcello, un magistrale Marcello Fonte, riesce a calmarlo, lo addomestica, perché con i cani lo si può fare. Il suo problema è un altro animale, un essere umano di nome Simone, un delinquente, un bastardo, che non conosce logica o morale. Un gigante, forse buono, forse ignorante.

Ambientato in una landa di terra tra cielo e mare, nel Lazio dimenticato da Dio e dall’uomo. C’è sabbia, acqua e nuvole cariche di pioggia. Un parco giochi senza bambini, qualche negozio di provincia, un carcere e una tolettatura per cani. C’è la droga.

Dogman si conclude con un campo lungo su quella terra di cani e uomini ed è lì che si capisce che si è davanti al lavoro di sintesi di Garrone, dove fiaba e cronaca si fondono in un’opera dalla maestosità della tragedia classica, e proprio come la tragedia, Dogman non spiega, mostra. Siamo davanti a due maschere ferite, al conflitto universale tra vittima e carnefice.

Siamo davanti a un capolavoro.

 

A cura di Nicolò Bellon

Commenti su Facebook
SHARE