Doctor Strange: un Cumberbatch coi fiocchi?

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Un periodo d’oro per i Marvel Studios che dopo le uscite del 2015 Avengers: Age of Ultron e Ant-man e la prima del 2016 Captain America: Civil War, tornano in sala con il lungometraggio Doctor Strange, loro quattordicesima produzione. Da sottolineare come la Marvel, ultimamente, abbia ampliato il suo raggio di fruitori anche grazie alle serie promosse dalla piattaforma Netflix. Vuoi grazie all’affascinante avvocato Matt Murdoch (Daredevil), vuoi per via della complessa e tenebrosa Jessica Jones, ormai sembra che l’universo di tutine in ciniglia e persone volanti faccia presa su un pubblico che non rispecchia più lo stereotipo del fumettista nerd alla Seth Cohen.

Un enorme punto di vantaggio in Doctor Strange viene segnato dalla scelta dell’attore protagonista: Benedict Cumberbatch, alias Sherlock della BBC. Ogni ulteriore argomentazione in merito sarebbe superflua. Scott Derrickson, alla regia, si allontana dai toni horror dei lavori precedenti come Sinister (2012) o Liberaci dal male (2014), per guidare lo spettatore nella vita del talentuoso e borioso neurochirurgo newyorkese.

A Cumberbatch non è nuovo il ruolo del personaggio pieno di sé, e noi, fedelissimi, lo amiamo anche in quest’ interpretazione di Stephen Strange. Personaggio che ci ricorda, sarà per il quasi clima natalizio, Nicholas Cage in The Family Man: guida un’automobile favolosa, ha un cassetto zeppo di ordinati orologi costosi, abita un attico con vista su Manhattan.

La vita da nababbo subirà però una brusca frenata. Un incidente d’auto porterà il medico a perdere parzialmente la funzionalità di entrambe le mani. Disilluso e frustrato dall’incapacità della medicina occidentale, intrattabile per chiunque abbia attorno, essenzialmente la sua ex fidanzata Christine (Rachel McAdams), spende i suoi ultimi risparmi in un biglietto di sola andata per il Nepal. Da uno spin-off di Grey’s Anatomy si passa con nonchalance alle atmosfere di Kung fu Panda: l’Antico (Tilda Swinton) maestro di energia, diverse dimensioni, forze della natura e questioni soprannaturali varie, gli insegnerà, dopo estenuanti allenamenti che nemmeno Mulan, a giostrarsela in un universo dove il bene e la serenità dell’umanità tutta è messa a dura prova dalla Dimensione Oscura.

 

Tra combattimenti alla Inception, mantelli magici funzionanti come il tappeto volante di Aladin e scambi di battute che strappano il sorriso al pubblico, il film scorre in modo efficace e non noioso. La crescita personale e spirituale di Strangenon risulta forzata ma coerente con il personaggio che, come in un’opera di formazione che si rispetti, apprende dai suoi errori e segue, assai più umilmente, il sentiero tracciato del supereroismo.

La scelta di un tale impianto narrativo e scenografico strizza l’occhio a un’audience vasta e variegata tra le file della quale, i più profani, possono godere di centoquindici minuti fuori da tempo e spazio. E no, non lo dico per via di Benedict Cumberbatch, o almeno, così credo.

A cura di Martina Ibba

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