Era il 1887 quando in una piccola città del Wisconsin nasceva Georgia O’Keeffe. Appena diciottenne iniziò la School of the Art Institute, riuscendo così ad emanciparsi dalla realtà umile dei genitori, affacciandosi ai nuovi scenari culturali che la città di Chicago le permetteva di conoscere. Con il trasferimento dal tipico paesaggio bucolico della fattoria in cui era nata e cresciuta, coincide per la giovane artista una fase della sua vita, che oltre ad essere fondamentale per la sua formazione e per i cambiamenti da lei vissuti, la porterà anche ad entrare in quel mondo artistico che molto presto riconoscerà come espressione della sua parte più intima. Come ogni cambiamento che si rispetti e che inizialmente ci rende tutti, chi più chi meno, spaesati, e che ci porta a raggiungere una strada che solo una volta cresciuti e aver preso dimestichezza con quello che siamo stati e che stiamo diventando, saremo in grado di percorrere, così Georgia si trova di fronte una nuova se stessa.

Inizia a cercare di tradurre i suoi stati d’animo, il suo modo di vedere la realtà attraverso uno strumento diverso da quello comune della parola, per descrivere ciò che la circonda e per descriversi. Così a poco più di 23 anni inizia ad intraprendere una strada nuova, astratta, che facilmente si può associare alla fase di cambiamento che stava vivendo all’epoca. Il suo stile è associabile a quello che viene chiamato precisionismo, un movimento artistico nato negli Stati Uniti d’America subito dopo la prima guerra mondiale. In poche parole il precisionismo è un insieme di cubismo e realismo e fortemente condizionato da un altro movimento capostipite del periodo post-bellico, il secondo futurismo. All’apparenza entrambe le correnti artistiche si possono concepire agli antipodi, ma anche se riferiti a soggetti differenti, hanno entrambi l’obiettivo comune di voler ricreare un mondo, un’ideologia e una sensibilità nuovi.

Nelle opere della O’Keeffe primeggia un soggetto in particolare, i motivi floreali. Il fiore, più volte nell’immaginario comune, viene associato all’idea di purezza, di naturalità, con quei suoi colori candidi e i petali che al tatto sembrano aderire perfettamente ai polpastrelli di una mano, ma che allo stesso tempo custodiscono gelosamente i pistilli che contengono il polline: essenza vitale del fiore stesso. In questo senso si può leggere, tra l’effimera ingenuità della pittrice statunitense, la volontà di recuperare e quindi difendere quella ritrovata voglia di vivere, di entusiasmarsi ai piccoli particolari della vita che, una volta cessata la guerra, sembrano completamente aver abbandonato l’uomo, riducendolo a solo istinto.

Con le opere della O’Keeffe si vuole riemergere dalla profondità dell’essere, facendo parlare quell’ingenuità di bambino che riusciva ancora a vedere una speranza di rinascita fra le rovine lasciate dal campo di guerra. Si vuole ritornare alle emozioni più antiche, primarie, che riescono a far stupire gli occhi di fronte ad un oggetto ormai quasi scontato, ma che al suo interno racchiude il senso della vita, come un fiore appunto. Ritornare alle origini, sentirsi parte di un mondo vitale che non si è piegato alla violenza di uomini troppo convinti dall’idea di poter sovrastare tutto, riconciliarsi con la natura e con la nostra capacità di sentirci ospiti di una realtà che non può essere assoggettata al nostro incapace controllo. Questi sono i messaggi che l’artista vuole richiamare all’attento e paziente osservatore al di là della sua tela. Dipingere per comunicare, anzi meglio, per risvegliare la nostra sensibilità: questa era la missione di Georgia.

 

A cura di Elisa Zampini

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