DIMENTICA IL MIO NOME

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A cura di Camilla Pelizzoli

Ormai tutti sanno chi è Zerocalcare, al secolo Michele Rech: le sue storie hanno appassionato prima la rete, poi i lettori di fumetti, e ora si sono affermate anche tra i lettori magari meno esperti di letteratura disegnata, che non possono fare a meno di notare la sua ultima fatica lì, dall’alto della sua posizione nella dozzina dello Strega. Dimentica il mio nome ha raccolto molti consensi, giudizi incredibilmente positivi, spesso commenti sorpresi; ma chiunque seguisse Zero dai tempi dei fumetti del lunedì sapeva che un’opera del genere, col tempo, sarebbe arrivata. Le storie singole cominciavano a convergere, la profezia dell’armadillo ha dato il via, i tre volumi successivi sono stati un lento riscaldamento che ha permesso al fumettista romano di affinare armi e strumenti, di esplorare temi e inquadrature, fino a ottenere quella sicurezza necessaria per affrontare una storia che, benché personale quanto quelle dei lavori precedenti, presenta innegabili novità .

Così Zerocalcare, che pure ha fondato la sua scrittura e i suoi disegni sul racconto di sé, tocca le corde più intime ampliando la narrazione per comprendere le storie della sua mamie, della splendida mamma-Lady Cocca, di un nonno di cui nulla si sa se non il cognome; espande la visione oltre agli episodi della propria vita e si scopre così, quasi d’improvviso, un adulto… o perlomeno sulla buona strada per diventarlo. Svelare l’andamento della trama è un crimine di cui non mi voglio macchiare, perché il piacere di leggere questo graphic novel viene anche dallo svelarsi di alcuni dei misteri che circondano la famiglia “calcarea”; dunque cercherò di mantenere le mie considerazioni su un piano piuttosto generale. Prima di tutto devo fare una confessione: per quanto io sia senz’altro un’ammiratrice di Zero, e per quanto io abbia apprezzato moltissimo Dimentica il mio nome, non posso proprio annoverarmi tra le fila di chi ritiene sia la sua opera migliore. Mi rendo conto che probabilmente, a livello di costruzione narrativa, si tratta davvero dell’apice – per il momento – del suo percorso; ma la necessità di mantenere privati alcuni fatti e retroscena ha restituito al lettore una storia che, per quanto affascinante, appare in certi punti incompleta, un filo troppo vaga, come una rete dalle maglie troppo larghe. D’altronde questo è il rischio che corre chiunque voglia mischiare letterarietà e biografia, in un compromesso non facile tra le necessità narrative e la dovuta discrezione.

Questo non vuol certo dire che la sottoscritta non abbia apprezzato la storia, anzi: ho trovato la metafora delle volpi molto ben congegnata, un’ottima rivisitazione di un’immagine comunque già nota, in linea con la capacità di Zero di giocare con topos e icone pop a suo vantaggio. Inoltre, il mistero è ben gestito e la curiosità di scoprire la verità dietro ai fantasmi di mamie cresce ad ogni pagina: la climax che porta alla scoperta è sorprendente, intensa e dà la giusta luce a un altro personaggio di cui avevamo visto solo un lato, e che ora – anche nelle strisce settimanali – non potremo più guardare allo stesso modo. Però le pagine migliori, per quanto mi riguarda, sono quelle che l’autore dedica al suo passaggio da più o meno ragazzo a più o meno adulto. Un uomo, insomma, che oscilla tra i ricordi nostalgici e il futuro imprevedibile, rendendosi improvvisamente conto che – venendo a mancare i punti di riferimento – è necessario diventare a propria volta “la roccia di qualcuno”.

Continua così il viaggio di crescita che, comunque, era già cominciato nella Profezia dell’armadillo; motivo per cui ritengo sia inopportuno il giudizio di chi sembra credere che Zerocalcare abbia cominciato ad affrontare temi seri e degni dell’attenzione della critica solo in questo ultimo lavoro. Quello che cambia, piuttosto, è che nella Profezia queste tematiche risultano più sommerse e lasciano spesso il passo alla comicità, mentre in Dimentica il mio nome le proporzioni sono invertite e il focus è soprattutto sulla parte drammatica, lasciando alle gag uno spazio più controllato, per quanto molto consistente. Si tratta d’altronde di un tratto distintivo non solo di Zero come autore, ma di Zero come persona.

Passando a considerazioni più tecniche, il disegno è quello a cui ci ha abituati nel corso degli anni, dal tratto deciso e caricaturale, ormai perfettamente riconoscibile. Non essendo un’esperta di fumetti non oso aggiungere altro, ma mi permetto di dire che le tavole a tutta pagina, specie quelle in cui si rende un movimento (come quando Secco lancia le bombe carta), sembrano migliorate rispetto a disegni con soggetti simili nelle opere precedenti. Quello che ora ci si potrebbe chiedere è: Zerocalcare vincerà lo Strega? Quest’anno ci sono dei gran giocatori in campo e le quotazioni non sembrano a suo favore. Tuttavia, com’è stato l’anno scorso per Gipi, già vedere un autore di fumetti tra i dodici finalisti dovrebbe scaldare il cuore di chi ama questo mezzo espressivo. Io mi auguro che la sua presenza in questa lista spinga tanti lettori a prendere in considerazione questa storia di mistero, famiglia, crescita, coraggio, volpi e armadilli.

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